L’AGENZIA DEI MATRIMONI (Il Lampione n° 14 del 1861)

– A Milano c’è – sarebbe tempo che la ci fosse anche a Firenze.
Coraggio!
Formiamo una Società anonima: mettiamo su un capitale.
L’Agenzia dei matrimoni – a questi lumi di luna – deve rendere il cento per cento.
E oltre il guadagno, c’è di più la gratitudine di tutte le ragazze! …

Se sapeste che cosa vuol dire la gratitudine di una ragazza – a cui trovate marito.
Auff! .. mi vien caldo.
Come mai si può dire in coscienza di vivere nel secolo del progresso senza questa benefica istituzione che porta per emblema quelle famose parole: Crescete e moltiplicatevi! Da molto tempo fu istituita una Società contro il maltrattamento degli animali, e non doveva esserci un’agenzia, per potersi maritare senza tanti fastidi?
Avanti, avanti, signori e signore, –
Fin’a tanto che Firenze non abbia anche essa quella mobile casa di traffici conjugali, potrete dirigervi a Milano in S. vito al Carrobbio N. 11.
Là si marita, e non si scherza.
E’ li un registro bene assortito, a scrittura doppia, coi nomi de’ più bei giovinotti che frequentano l’Hagy, delle più belle madame, e contesse della hurate vules, con e senza dote, di tutti i colori, dal nero dell’ebano alla vivace tinta della rosa, di tutte le grossezze, di tutte le dimensioni.
Avanti! Pum, pum, pum, questo è il vero momento.
Chi dovrà trattenersi dal ridere? … Ma pur pensandoci bene, ognuno dovrà convenire che quest’Agenzia è la più gran bella cosa del mondo!
E una invenzione da farla tenere in barba a quelle della locomotiva e del telegrafo. Una volta per andare a Torino ci volevan tre giorni, ed ora bastano cinque ore, perché una lettera arrivasse a Parigi ci voleva un mese, ed ora si comunica una notizia in cinque minuti; una volta per maritarsi ci volevan degli anni, ed ora in due parole l’affare è bello e combinato!
Poveri amanti dei tempi passati!
Mi ricordo quando faceva all’amore io, quante fatiche prima di poter stringere la mano a una ragazza!
Seguitava almeno un mese per la strada a farle gli occhi svenevoli, poi ottenuto il ricambio di uno sguardo, consumava un altra quindicina a passeggiarlo sotto le finestre.
E gira, e gira, e gira, a rischio d’essere preso per un ladro o per una spia e di buscarsi qualche buona dose di legnate, si arrivava finalmente a farle vedere un biglietto, si giunge a corrompere la solita cameriera che non manca mai. Un’altra quindicina e poi potete alfine intavolare una conversazione:
Addio Sempronia.
Addio Callisto.
Che tempo fa?
Freddo.
Che ore è?
Undici e mezzo.
Così tardi?
Oh! Il mio orologio va benissimo.
Ho un gelone che mi fa un prudore terribile.

Pubblicato in Divagazioni critico-umoristiche, IL LAMPIONE, Periodici in cui scrisse Collodi

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