UN CUORE E UNA SOFFITTA di Carlo Collodi – pubblicato sulla Strenna Garibaldi 1863

Questa pubblicazione della Strenna Garibaldi venne immediatamente sequestrata, poi legalmente pubblicata.

Versione testuale:

UN CUORE E UNA SOFFITTA !

 

ROMANZO DA TASCA

 

h! Virginia, tu sei bella come un angiolo – diceva una sera Paolo, stralunando gli occhi e

fissandoli in volto alla fanciulla de’ suoi pensieri.

Questa esclamazione, accompagnata da un grosso sospiro e da un languido abbandono di tutta la

persona, dimostrava evidentemente che Paolo nutriva un grandissimo amore per Virginia – e una

mediocrissima stima per la bellezza dei figli del cielo.

Virginia non rispose.

Abbassò le timide pupille – fece di tutto per arrossire – e non trovando parole da rispondere a tanto

affetto, trasse di tasca un’ arancia del Portogallo e vi pose i candidissimi denti….

Semplice, ma eloquente pantomima!… che potranno soltanto intendere coloro che ebbero dal cielo

il dono di saper gustare tutta la dolcezza dell’amore – e dell’arance del Portogallo.

Dopo tre minuti di modestia, la fanciulla sollevò nuovamente il capo.

 

 

II.

 

I suoi occhi nerissimi s’incontrarono in quelli verdolini-chiari dell’implume giovinetto!…Paolo

non cadde – perché stava seduto; ma un brivido gli corse per le ossa e le sue mani divennero fredde,

come un programma del Municipio alla Guardia Nazionale!

Intanto, quasi fossero tirate da forza magnetica, le teste dei due amanti cominciarono ad avvicinarsi.

Già i capelli di Virginia sfioravano la fronte del giovanetto – già le punte dei due nasi eran prossime

a toccarsi – già fra le infuocate labbra della fanciulla e la bocca semiaperta di Paolo, rimaneva

appena la distanza d’un bacio!…

Innocenti fanciulle del 1862, cuopritevi la faccia…quella distanza fu riempita!…

 

III.

 

Oh! il primo bacio d’amore, a diciott’anni!…

Paolo credeva d’essere in cielo! Una musica vaga, divina, indefinita gli sussurrava dolcemente agli

orecchi – le sue narici, voluttuosamente dilatate, respiravano un alito di fuoco, tutto olezzante di

ambrosia celeste – mille colonne di lapislazzuoli e d’oro gli scintillavano dinanzi agli occhi.

– Si, mia tu sei!…

– Si tua, son’io!…

– Oh! Dio!…

– Oh! Dio!…

E Dio sa davvero quanto quest’estasi sarebbe durata, se Paolo non fosse stato richiamato alla dura

realtà della cose di questo mondo da una mano screanzata che, all’improvviso, venne a posarsi

violentemente sulla sua gota sinistra.

 

IV.

Al peso specifico delle cinque dita e all’eccessiva vivacità del gesto, Paolo – senza voltarsi –

riconobbe subito che quella mano apparteneva a suo padre.

La sorpresa fu grande – ma sfortunatamente il dolore fu grandissimo – tant’è vero che il giovane

amante, invece di restare attonito e senza parole, cacciò fuori una di quelle interiezioni, che non si

 

trovano scritte in nessuna grammatica – ma che si imparano soltanto dalla viva voce dei ragazzi di

strada.

La fanciulla – colto il frattempo – disparve come un baleno, e traversato il pianerottolo della scala,

rientrò nell’uscio di casa sua.

V.

Chi era Paolo?

Paolo era figlio d’un fabbricante, all’ingrosso, di cera da scarpe.

Dotato dalla natura di un temperamento linfatico – e poco lavorativo – aveva succhiato col latte un

odio invincibile per l’industria paterna.

Invano l’autore dei suoi giorni s’era sforzato, più volte, a distoglierlo da questa deplorabile

fissazione – invano aveva messo in opera le minacce, gli argomenti cornuti e tutti quei mezzi più o

meno persuasivi, coi quali è solita rivelarsi in simili contingenze la così detta patria potestà.

Paolo tenne duro!

A dispetto di tutte la ragioni e di tutti i fiori dell’arte oratoria, egli era oramai convinto, nel fondo

dell’anima, che l’avvenire della cera da scarpe non sarebbe stato mai un avvenire color-di-rosa!

Finalmente la sua vocazione trionfò. Lasciato libero di scegliersi una professione e anelante di

raggiungere gli splendidi destini, a cui si sentiva chiamato, Paolo; con tutto l’impeto dei suoi

diciott’anni, abbracciò la procellosa carriera di giovine di studio.

La fortuna gli arrise benigna.

Dopo un anno, appena, di pratiche e di noviziato, il il figlio del negoziante di cera da scarpe, aveva

la soddisfazione di poter dire a se medesimo << – Paolo! tu guadagni una lira la settimana – non

comprese le mance! ->>

 

VI.

 

Nella stessa casa di Paolo e al medesimo piano, abitavano due donne: madre e figlia.

Virginia – così chiamavasi la figlia – era una bella giovine, dai sedici ai diciassett’anni: capello

corvino: occhi piccoli e furbi: bocca sorridente: personale elegante, e svelto come il palmizio.

La su professione era quella di Modista – parola che non deriva – come forse qualcuno potrebbe

credere – dal vocabolo greco: Modestia.

Dedicatasi, fino da ragazzetta, alla lettura classica dei romanzi e dei libretti per musica, Virginia

aspettava da un momento all’altro, qualche principe che la rapisse, qualche barone che la

conducesse al talamo, qualche bojardo, che facendola sua, la proclamasse signora d’un castello

qualunque nelle vicinanze di Mosca o di Pietroburgo.

 

 

Vane speranze! Aspetta oggi, aspetta domani, e nessun bojardo, nessun barone, nessun principe si

vedeva passeggiare sotto le finestre della bella fanciulla.

Stanca di tanto indugio, Virginia, da brava ragazza com’era, finalmente si persuase che l’uomo

– occorrendo – può fare a meno di ammogliarsi – ma la donna non può fare a meno di prendere

marito.

È una questione di prudenza. Le donne – e in special modo le donne di spirito – hanno bisogno di

un marito, come i giornali avventati hanno bisogno di un gerente responsabile. Non c’è che dire.

 

VII.

 

-Vicinanza è mezza parentela!

Appoggiati all’autorità di questo antichissimo proverbio, Paolo e Virginia, incontrandosi un bel

giorno per le scale, si videro – s’intesero – si amarono.

L’amore – a diciott’anni – riflette poco ma cammina molto.

– Paolo!…

 

– Virginia!…

– Mi ami davvero?

– Se ti amo!!

– Ma davvero, davvero?…

– Iddio m’accechi, se…

– Oh! che felicità!…Anche i nostri nomi ci sono di buon augurio!…

E li, tanto dissero e tanto fecero, che, all’ultimo, finirono col persuadersi in buona fede d’essere stati

creati apposta l’una per l’altro.

E il creatore probabilmente non ne sapeva nulla!!

 

 

 

 

VIII

 

Venne un giorno….giorno nero, luttuoso, nefasto, in cui il padre di Paolo si accorse di questa passione.

Scompiglio su tutta la linea.

I due amanti furono barbaramente divisi, sotto lo specioso pretesto, che non avrebbero potuto sposarsi, per mancanza di mezzi, onde provvedere alla loro esistenza.

Prosaici genitori!…. con qual coraggio osate parlare di materasse, di letti, di sacconi e di spese di casa, a due anime innamorate, che disdegnose di alloggio e di commestibili, si sentono capaci di vivere di rugiada e di canto, come le cicale nei solleoni di Agosto?….

Vergognatevi!….

Per buona sorte, amore – quando dice davvero – è pieno d’ingegno.

Intercettate le comunicazioni dirette, la bella fanciulla cominciò a cantare nelle sue stanze, un mezzo tono sopra, la cavatina di Gilda, nel Rigoletto:

Signor, né Principe

Non lo vorrei

Sento che povero

Sento che povero (bis.)

Io l’amerei.

E Paolo, dolcemente commosso da quel povero, che si riferiva a lui, rispondeva di camera, in chiave di tenore:

Sarà talamo l’arena

Del deserto interinato

Sarà l’urlo della Iena

La canzone dell’amor.

Dopo un breve intervallo, Virginia riprendeva:

Io ti vidi fatal giovinetto

Io ti vidi e la gioja sparì.

E paolo in la bemolle:

Verranno a te sull’aure

I miei sospiri ardenti

Udrai nel mar che mormora…

 

Arrivato a queste parole, il cantore improvvisamente si tacque. Egli forse si rammentò, che, domiciliato alla distanza di sessanta miglia dal mediterraneo, non aveva che veder nulla col mare.

Povero diavolo! nella sua condizione d’amante di terraferma, non potè proseguire l’appassionata canzone di Edgardo, nella Lucia!

IX.

– Dopo il cattivo tempo, ritorna il buono!

E difatti, passati i rigori dei primi giorni, i due amanti cominciarono a potersi rivedere – ma sempre furtivamente e col fantasma delle cinque dita paterne dinanzi agli occhi.

Virginia si sfogava con Paolo.

Paolo versava i suoi affanni nel candido seno di Virginia.

O lettore! se tu non hai un anima capace di comprendere – come direbbe un Ortis di quattordici anni – tutta la solennità di quel momento ineffabile, nel quale due spiriti innamorati si ripetono: – t’amo tanto – se non hai un cuore capace di sentire, – come direbbe una crestajna dei nostri tempi, – tutta la poesia di due capigliature che si confondono, di due bocche che si avvicinano, di due sospiri che s’incrociano, di due mani che si stringono fra loro convulsivamente, allora salta a piè pari questo capitolo – questo capitolo non è fatto per te.

Io lo dedico alle fibre che sanno commuoversi – agli occhi che sanno piangere – alle fantasie che sanno intendere e colorire! Se,

per caso, fra i miei lettori ci fossero delle tigri, dei leoni, degli

orsi bianchi e dei padroni di casa…che costoro vadano ad aspettarmi al capitolo seguente – e forse c’intenderemo.

– Barbari genitori – diceva Virginia, singhiozzando e guardando Paolo – ci vogliono dividere…eppoi, perché…perché dicono che non abbiamo mezzi di fortuna.

– Sciagurati! come se la felicità consistesse nell’oro!…

– Io preferisco il tuo bene a tutti i tesori di Montecristo.

– Adorata Virginia!… o te, o la morte.

– Noi non vogliamo né reggie né palazzi: a due cuori che si amano basta una soffitta.

– Anche una cantina; ma con te, – sempre con te – eternamente con te!

– Un pezzo di pane e un bacio, non è vero?

– Si ; angiolo mio: una cipolla e due carezze, saranno i nostri pranzi di gala!

A questo colloquio tenne dietro una lunga pausa – interrotta di tanto in tanto da singhiozzi e da baci.

Finalmente Virginia rialzò vivacemente la testa, come una puledra nei mesi di primavera, e prendendo il suo amico per la mano, gli disse in tono risoluto:

– Paolo!…l’ira dei mortali ci vorrebbe divisi – ma noi dobbiamo sfidarla.

– Cioè?…

– Cioè…sposiamoci subito!

– Oh dio! sposarti?…ma come, se mio padre non vuole?..

– Rapiscimi!

– Oh dio! rapirti?…e se lo sapesse la Delegazione?….

– Viiiile!!…gridò Virginia, col rantolo soffocato d’una prima attrice di teatro diurno – se il cuore non ti regge, sarò io, io che ti rapirò…..

– Oh dio! farmi rapire!…nò, Virginia ti prego….piuttosto rapiamoci…. Si, rapiamoci, fuggiamo insieme.

– Quando?

– Domani ti dirò tutto.

– Oh! gioja! eppoi uniti per sempre, non è vero?

– Per sempre! ( e qui, Paolo, invece d’un punto ammirativo, metteva un bacio).

– Anche una soffitta, ma con te – diceva Virginia.

– Anche un pezzo di pane, ma diviso in tua compagnia – rispondeva Paolo – ( e qui un altro punto della solita ortografia ).

X.

Due giorni dopo questo colloquio, Paolo e Virginia entravano in una Chiesa- e là, dinnanzi al prete della Parrocchia, dichiaravano solennemente d’essere marito e moglie.

La polizia – informata dell’accaduto – rinchiudeva in un convento la novella sposa – e concedeva a Paolo trenta giorni di carcere – perché potesse riflettere più comodamente sulla minchioneria che aveva fatta.

La polizia – in certi casi – è di una compitezza squisita.

Spirato il termine della clausura, Paolo e Virginia si rividero – e si rividero con quella gioja affannosa, indescrivibile, intiera, che provano due colombi innamorati, quando sono stati divisi per ventiquattr’ore da un crudele uragano.

XI.

Oramai è provato che due colombi – quando si amano davvero – hanno bisogno d’un nido – e Paolo e Virginia fabbricarono il loro nido in una piccola camera, a un quinto piano – com finestra sporgente sul tetto.

Io non voglio negare che lo svariato panorama dei tegoli, dei camini e delle punte dei campanili abbia anch’esso il suo lato artistico

– massime agli occhi delle rondini e dei passerotti – ma egli è pure un fatto innegabile che per due animali, i quali – rigorosamente parlando – non appartengono alla sezione ornitologica, quel panorama, ripetendosi tutti i giorni, non può fare a meno di riuscire un tantino monotono e increscioso.

 

XII.

Virginia fu la prima – dopo poche settimane d’esperienza – a persuadersi di questa acerba verità.

Trovandosi collocata a cento metri sopra il livello del mare, ella dovè provar suo malgrado

….., com’è duro calle

Lo scender e il salir per tante scale,

massime poi nei primi mesi del matrimonio.

Paolo – forse collo scopo di consolare in qualche modo la sua compagna – aveva ogni tanto delle recrudescenze poetiche, colle quali intendeva dimostrare che l’amore – in una camera a tetto – è più romantico – più etereo – più vicino alle stelle.

– Si,si – rispondeva Virginia – tutto sta bene; ma quando ho salito centoventisei scalini, non mi resta neanche il fiato per dirti che ti voglio bene. –

E queste parole erano accompagnate da una dispettosa scrollatine di spalle.

Il povero Paolo, mortificato sul vivo – non sapendo che cosa rispondere – si sfogava a mangiarsi le unghie – nutrimento, è vero, pochissimo sostanzioso, ma universalmente riconosciuto per abbastanza economico ed indecente!….

XIII.

Erano appena trascorsi quattro mesi, dal giorno delle nozze, quando una bella mattina e – quasi senza avvedersene – i due colombi cominciarono a sbadigliare.

 

Ahimè!….

Lo sbadiglio sta all’amore – come la tignola ala panno zeffiro – come il tarlo al cofanetto di legno dolce.

Quando amore sbadiglia, è segno che ha già fatto i bauli, e che sta per cedere il posto alla sua cugina carnale – la noja.

Paolo si sentì gelare.

Lo sciagurato aveva creduto alla esistenza dell’amore povero – come si crederebbe in un articolo di fede – mentre oramai è provato, come quattro e quattro fa otto, che l’amore povero non è altro che una scioccheria di pessimo gusto, inventata apposta dai romanzieri e dai poeti – forse colla mira colpevole di aumentare la statistica dei matrimoni infelici.

Amore e miseria non vanno mai d’accordo. D’indole e di temperamento diametralmente opposti, dove c’è l’una, l’altro non può soggiornare.

La miseria è trista, irrequieta, brontolona – l’amore, invece, generalmente parlando, ha il viso sereno, l’anima appassionata, il cuore tenero ed espansivo.

A similitudine dell’Ape e del Baco da seta, l’amore è di sua natura aristocratico e gentile – ama i sofà, le piume, i quartieri eleganti, la fragranza dei fiori, le uova alla cocca e le sostanze fibrine.

Per carità! non lo costringete a vivere in stanze umide o malsane: non fate che debba dormire sopra un povero pagliericcio, fra due lenzuoli da lungo tempo inconsapevoli di qualunque bucato – non lo cibate, sera e mattina, di legumi, di aringhe e di commestibili vieti – perocchè in pochi giorni, di grasso e gioviale che egli era, lo vedrete farsi taciturno, ingiallire, andare a male e struggersi a poco a poco come una candela di cera bianchissima e sopraffine.

XIV.

– Ah! Virginia tu non mi vuoi più bene come una volta – diceva una sera Paolo, dopo un seguito di amare riflessioni.

– T’inganni: io sono sempre la medesima – replicava Virginia, portandosi una mano alla bocca e tappando l’uscita a un impertinente sbadiglio.

– Dunque mi ami ancora? e sarebbe vero?….

– Auf! che caldo! finiamola una volta con queste ragazzate.

Ragazzate!….

A questo vocabolo avvilitivi, Paolo provò qualche cosa, come chi dicesse una doccia d’acqua gelata, che insinuatasi per il collo, gli fosse scesa lungo le vertebre fino alla parte settentrionale della schiena.

Riavutosi dal primo sbalordimento, si alzò risolutamente in piedi, e guardando il soffitto con occhio piuttosto bieco – proruppe in un gesto di cupa disperazione.

Virginia che, senza guardare, aveva veduto tutto – ( arte difficilissima nota soltanto alle donne ) – capì che era venuto il momento di piangere – e levato di tasca un piccolo fazzoletto bianco, se lo portò con disinvoltura agli occhi, e dagli occhi lo fece discendre al naso.

Regola generale: – una donna che ha bisogno di piangere e non vuol piangere, per il solito si tormenta il naso.

Assistete a un dramma, a una tragedia, a qualcuno, insomma, di quei tanti spettacoli, dove il pubblico si diverte a soffrire ( tutti i gusti son gusti, diceva quel turco che si faceva impalare ) e sentirete che io nasi delle donne sono i primi a dare il segno della commozione generale dell’uditorio.

Se io non fossi troppo indiscreto vorrei, a questo proposito, che i fisiologisti mi sapessero dire quali nervi simpatici esistano fra

il cuore ed il naso – e come mai avvenga che il poetico viscere – sede degli affetti e delle passioni – si trovi in corrispondenza diretta con quella protuberanza cartilaginosa, di forma e di misura variabile all’infinito, che divide in due segmenti, più o meno eguali, la superficie dell’umano sembiante.

XV.

Paolo e Virginia passarono quattro lunghissimi giorni – senza farsi una parola e senza darsi il buon giorno.

Finalmente Paolo – nella sua duplice qualità di marito e di membro appartenente al sesso forte – dovè cedere per primo, e – convenendo di avere il torto – disse alla corrucciata consorte:

– Capisco, Virginia, che questa vita è un martirio per te: ma come si fa?…bisognava averci pensato prima….

– Questo è un discorso di più! Io non mi sono mai pentita del passo che ho fatto – tornerei a farlo domani….

– Davvero?….cuore nobile e generoso!….amiamoci, e nell’estasi del nostro amore, troveremo un sollievo a tante privazioni…..

– Amiamoci pure – replicò Virginia con tuono spedito – ma io ho bisogno di un pajo di stivaletti.

– Te li farò….

– Non ho più un cappello decente per uscir di casa.

– Te lo farò….

– Questo vestito mi casca a pezzi….

– Ti farò ancora il vestito….

– Ti farò, ti farò e sempre ti farò. Ti farò un corno – disse finalmente Virginia, voltando con bizza le spalle al mortificato consorte.

– Angiolo mio! – rispose questi con calma affettuosa – abbi ancora un’altra po’ di pazienza

– La pazienza è la vrtù del giumento, ha detto il Guerrazzi.

– Io non voglio contraddire il signor Guerrazzi – soggiunse Paolo con tono dimesso – ma tu sai che per ora i miei guadagni non mi permettono….

– Io non so nulla – interruppe Virginia, rivoltandosi come un basilisco – io so che quando siamo poveri, si dovrebbe fare a meno di prender moglie.

– Ma io….

– In pochi mesi, sono invecchiata di quindici anni.

– Ma io….

– Quando avrò finito di perdere la salute, mi toccherà a marcire in un fondo di spedale. Questa è una vita da diavoli – da cani – io non la posso più reggere – non la posso più durare; no, no, eppoi mille volte no – cominciò a gridare Virginia, piangendo dirottamente e pestando i piedi per terra.

Invano il povero Paolo si studiava di ricondurla ai termini di ragione.

Virginia pareva un ossessa! Colta da subitanea disperazione, andò correndo sul pianerottolo delle scale, e – affacciatasi alla finestra che dava sulla strada, fu sul punto di compiere un truce disegno – ma poi ripensando che il lastrico di Firenze non è troppo compiacente neanche col bel sesso, stimò cosa ben fatta di rimettere il volo al martedì della settimana successiva.

XVI.

Venne finalmente questo martedì fatale, e Virginia – rimasta sola – si pose tranquillamente ad annaffiare il suo vaso di dittamo e a canterellare a mezza-voce:

La ricetta è il mio visino

In quest’occhi è l’elisir:

Una tenera occhiatina

Un sorriso, una carezza…

In questo frattempo, fu bussato leggermente alla porta.

Virginia aprì. Era il Calzolaio che riportava un pajo di stivaletti, di marrocchino dorè lavorati d’ultimo gusto.

– Mi comanda?…- disse il calzolaio, dopo aver provato gli stivaletti, per i quali – per dirla come dicono – tornavano una vera pittura!

– Grazie. Salutate…- rispose Virginia accompagnando l’ultima parola con un impercettibile sorriso.

Dopo un quarto d’ora fu bussato di nuovo – era la Modista che aveva nel cartone un grazioso cappello.

Poi venne la Sarta, e lasciò un vestito d’ermisino scuro, a piccoli dadolini bianchi.

Quando Paolo tornò a casa, Virginia gli andò incontro tutta allegra, e senza perdere un minuto di tempo, gli fece vedere il vestito, il cappello e gli stivaletti.

Paolo restò di sale.

Appena riebbe l’uso della parola, domandò alla moglie di conoscere la bacchetta magica, che aveva fatto piovere tanta abbondanza nella sua povera soffitta.

Virginia, come è naturale, volle essere pregata e ripiegata, intermezzando la scena con mille graziose moine, finalmente si lasciò sedurre – e raccontò al marito come qualmente avesse azzeccato due numeri all’ultima estrazione.

– Provvidenza benedetta! disse Paolo, alzando gli occhi ai travicelli della stanza, in atto di rendimento di grazie….

Oh! i mariti!…piaga sociale!..

Pochi giorni dopo, mentre Paolo frugava nella cassetta del tavolino, gli venne fatto di porre le mani sopra un elegante braccialetto d’oro.

– Virginia!

– Amico!

– Com’è che questo braccialetto si trova in casa nostra?

– L’ho vinto al lotto.

– E queste buccole di rubini?

– L’ho comprate colla vincita d’un ambo dichiarato.

Paolo questa volta – invece di ringraziare la Provvidenza – si fece melanconico e taciturno. Fissò gli occhi in faccia a Virginia – forse per leggere quello che non si può leggere – e preso il cappello, uscì di casa borbottando fra i denti:

– O io sbaglio – o ci sono!

 

 

XVII.

Era un giovedì mattina fra le undici e mezzo e mezzogiorno.

Paolo, dopo quattr’ore di lavoro assiduo – sentendosi illanguidito lo stomaco – pensò di dare una scappata a casa, per mangiare – come suol dirsi – un boccone.

Imprudente!

Un marito geloso della propria tranquillità, dovrebbe piuttosto morir di fame, anziché tornare a casa in una di quelle ore, in cui ha tutto il diritto di non essere aspettato!

L’orario – in certi casi come questo – è inviolabile e sacro – quanto un articolo dello statuto.

Paolo bussò.

L’uscio, dopo qualche minuto si aprì, e Paolo vide…che cosa vide? – vide un uomo, dai quaranta ai quarantacinque anni, signorilmente vestito, il quale se ne stava sdraiato con tutto il suo comodo in una vecchia poltrona a bracciuoli.

– Signor marchese vi presento mio marito – disse Virginia, passandosi le mani nei capelli, quasi dubitasse d’essere un po’ spettinata.

Il marchese per tutta risposta – inchinò leggermente il capo – e sorrise a fio di labbro.

XVIII.

Uscito appena il marchese, si aprirono le cateratte e cominciò la burrasca in famiglia.

Da principio, nuvolosi neri, come balle di carbone, e quella calma sinistra che precede, per il solito, lo scoppio delle bufera. Poi qualche lampo – poi qualche grosso gocciolone – poi il brontolio del tuono – dopo il tuono deciso – poi la saetta, la grandine e la furia dell’uragano – con accompagnamento di seggiole e di tavolini per terra.

Quando Paolo, cessata la tempesta, potè riaversi da tanto sbalordimento, si trovò addosso un livido di più – e una ciocca di capelli di meno – curioso sistema di compensazione, del quale, stando alle apparenze, non parve moltissimo soddisfatto.

Cercò con gli occhi Virginia – e Virginia non c’era più…

Abisso e dannazione!…

– Che si tornata da sua madre? – che siasi rifugiata presso mio padre? che abbia risoluto di uccidersi? – che sia fuggita in terra straniera?

Tutti questi quesiti – proposti l’uno dopo l’altro con velocità convulsa – Paolo non seppe risolverli in altro modo, che dandosi un gagliardo pugno in mezzo alla testa.

Quindi uscì di casa, come un forsennato.

Corse di qui, corse di là – ne domandò agli amici – ai parenti – ai pigionali. – I più benigni si limitarono a ridergli in faccia.

Allora pensò di ricorrere alla polizia – come se la polizia fosse obbligata a sapere tutto – e n’ebbe risposta che di questi casi ne accadevano tutti i giorni.

XIX.

Finalmente, dopo settantadue ore di pene ineffabili e di vane ricerche, Paolo ricevè una lettera per parte d’un Avvocato, che egli conosceva di nome, nella quale gli si faceva noto e manifesto:

1° Che sua moglie gli aveva avanzato querela per battiture e mali trattamenti.

2° Che sua moglie domandava formalmente atto di separazione, innanzi ai tribunali.

3° Che sua moglie rinunziava – per ora – ai diritti degli alimenti ec.ec. per aver avuto la fortuna di essersi collocata in qualità di governante, presso una rispettabile persona della Città.

Paolo, a questo colpo, invece di morire – secondo le buone regole classiche – d’un apoplessia fulminante, prese il cappello e corse allo studio dell’Avvocato.

Ivi giunto, tanto domandò, tanto pregò, tanto si arrabattò, che finalmente gli riuscì di sapere il nome delle strada e il numero della casa, dove sua moglie si era ritirata a esercitare le nobili funzioni di governante.

Un sorriso di vendetta gli lampeggiò sinistramente fra quei biondi e radissimi peli, che non avevano ancora raggiunti il numero legale per chiamarsi Baffi!

Volò – e picchiò!

Un cameriere, in livrea, venne ad aprirgli la porta

– Che c’è in casa?…-domandò Paolo cogli occhi spaventati e col fiato grosso.

– Chi?

– Mia moglie.

– E chi è vostra moglie?

– La Virginia.

– Qui non ci stanno Virginie – gridò dalla stanza accanto una voce sonora – e quasi nel tempo stesso, comparve un uomo in veste da camera, atteggiato a cattivo.

Paolo, in quella veste da camera riconobbe il Marchese, quell’identico Marchese che egli aveva trovato in casa – giorni addietro – comodamente sdraiato nella vecchia poltrona a braccioli.

A quella vista…fiat lux, e luce fu fatta.

– Mettetelo fuori! – gridò l’uomo dalla veste da camera al servitore – sarà qualche borsaiolo.

– Ma io vengo qui…

– Mettetelo fuori vi ripeto: non voglio ladri per casa…

– Ma io vengo nel nome del mio diritto…del diritto delle Genti…del diritto umano e divino…- e Dio sa le belle cose che avrebbe continuato a dir Paolo, in quella grande occasione, se il cameriere non lo avesse interrotto sul più bello, serrandogli bruscamente la porta sulla faccia.

 

XX

 

.

Il giorno seguente, Paolo riceveva una lettera dalla posta.

Busta, ceralacca e sigillo rivelavano la provenienza aristocratica.

La lettera era scritta in un foglio ceruleo satinè, uscito dalle gualchiere di Bath, e tutto profumato

d’essenza di rose.

Il carattere era quello di Virginia.

Povero Paolo!

Gli occhi gli si velavano: i polsi e le tempie gli battevano forte: il suo cuore palpitava

irregolarmente e a balzelloni.

Finalmente poté leggere – e lesse:

 

“ Vi scrivo questi due versi unicamente per invitarvi a non voler ripetere per una seconda volta la

dispiacente scena di jeri.

“ Un uomo – per ignorante che sia – non deve mai lasciarsi trasportare fino a tal punto, da

commettere una beccerata in casa degli altri.

“ So che avete domandato di me – Ed a qual fine? – forse per indirizzarmi dei rimproveri? – Non li

avrei accettati. Forse per farmi delle preghiere? – non avrei potuto ascoltarle.

“ Voi – a quest’ora – dovete conoscere quali sono le mie intenzioni – Vi prevengo a scanso di

molestie per ambo le parti, che io sono irremovibile, come il destino.

“ Dall’altro canto, spero che vorrete essere abbastanza ragionevole, per sapermi compatire.

“ La vita infelicissima che ho menato per cinque mesi con voi, non poteva durare più lungamente.

“ O morire o dividersi!

“ In poche settimane, io ero divenuta spettacolo di compassione a me medesima.

“ La mia salute declinava ogni giorno di più: – e i piccoli doni, di cui mi volle esser larga la

Provvidenza, se ne andavano ad uno ad uno, come le foglie della rosa ai primi stridori del

Novembre!

“ Compatitemi, vi ripeto. Un uomo può invecchiare innanzi il tempo – può appassire e perdere

impunemente la freschezza delle carni e il colorito – resterà sempre un’ uomo.

“ Ma una donna!…

“ Una donna non è donna – altro che a patto di conservarsi giovine e piacente! Senza questa

condizione la donna diventa un genere neutro – vale a dire un genere che non è più femminino, e

che molto meno può pretendere al genere mascolino.

“ Forse nei vaneggiamenti dei primi nostri amori, avrò detto che mi sarei contentata di vivere anche

in una soffitta – ma oggi ho dovuto persuadermi che l’esistenza è molto più comoda e più bella,

quando si trova domiciliata a un primo piano.

“ A diciott’anni – e quando l’anima sente imperiosamente il bisogno di amare – è così facile lo

ingannarsi!

“ Toccava a voi, si, toccava a voi a farmi ricredere dalle mie fantasie – a richiamarmi alla dura

realtà dalle regioni poetiche de’ miei delirj – a persuadermi che amore e miseria non possono vivere

sotto il medesimo tetto!…

“ E voi invece – spinto da una passione brutale – mi rapiste ai dolci amplessi di una tenera madre e

alla gioconda tranquillità delle domestiche mura, per condurmi – vittima innocente – dinanzi all’ara

del mio sacrifizio.

“ Che Iddio vi perdoni – come io vi ho già perdonato – questo eccesso di inaudita barbarie.

“ Oggi – lontana dal mondo e dai suoi bugiardi divertimenti – rifugiata presso una persona – di

onestà specchiatissima – e di angelici costumi – ho fatto proposito di consacrare il rimanente de’

miei giorni alla vita monastica e contemplativa.

Di casa ec.

Devotissima

Virginia

 

P.S. “ Siccome le cose contenute nella presente lettera, sono di pochissima importanza, così potrete

risparmiarvi l’incomodo di accusarmene ricevimento.

 

XXI.

Finita la lettera, Paolo si sentì preso da un disgusto indicibile della vita – e vagheggiò – con

Amaro sogghigno – il fantasma del suicidio.

 

 

Ma poi – dormendoci sopra e ripensando che molti e molti altri, trovatisi suppergiù nel suo identico

caso, non avevano pensato né punto né poco a togliersi la vita; – così stimò opportuno di non fare

l’eccentrico e di continuare a vivere tranquillamente – se non foss’altro – diceva esso sospirando –

per servire d’ammaestramento a quei pochi illusi, che credono tuttora in buona fede che le donne

possano davvero contentarsi di un Cuore e d’una Soffitta.

 

 

C.Collodi.

 

Pubblicato in Carlo Lorenzini, Divagazioni critico-umoristiche, Opere di Carlo Collodi, Periodici in cui scrisse Collodi, Strenna Garibaldi

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