STORIE ALLEGRE di Carlo Collodi

L’omino anticipato.

Ossia la storia di tutti quei ragazzi che vogliono parere uomini prima del tempo.

1. Il signor Gigino.

Quando lo conobbi io, aveva appena dieci anni. Di nome si chiamava Gigino.

Non era né bello né brutto. Aveva un par d’occhietti cerulei: i capelli biondissimi, d’un biondo chiaro come la stoppa: il naso un po’ ritto e voltato in su e le gambe un tantino magre più del bisogno.

Nell’insieme, poteva dirsi un buon figliuolo. A scuola non faceva miracoli, ma il maestro mostravasi contento: in casa poi era il cucco della mamma e l’occhio diritto del babbo. Guai se le sorelle e i fratelli maggiori avessero torto un capello a Gigino! C’era da far nascere una specie di finimondo.

Volete che vi dica il più gran difetto di questo ragazzo? Durerete fatica a crederlo, eppure è così: il suo più gran difetto era quello di vergognarsi a passar per un ragazzo: voleva per forza parere un giovinotto, un uomo fatto!

A domandargli quanti anni avesse, per il solito rispondeva:

“Il babbo e la mamma dicono che ne ho dieci: ma lo dicono per farmi arrabbiare…”

“O dunque quanti anni hai?”

“A dir poco poco, ne devo avere dodici per i diciotto: un altr’anno sarò di leva…”

“Come fai a saperlo?”

“Chi può saperlo meglio di me? Gli anni sono miei, e nessuno me li può levare.”

Fatto sta che Gigino, mentre pretendeva di essere un giovinotto e un omino maturato prima del tempo, si dava a conoscere per un ragazzo più ragazzo di molti altri. Era bizzoso, capriccioso, svogliato, ghiotto di zucchero e di pasticcini: un po’ bugiardo: prepotente e permaloso co’ suoi compagni di scuola, e fanatico dei balocchi fino al segno di pigolare tutti i giorni qualche soldo per comprarsi un burattino o un cavallo di terra cotta col fischio nella coda.

Voi forse mi domanderete: “In qual modo, dunque, il signor Gigino mostrava questa sua gran passione di farsi credere un giovinotto?”

Ve lo dico subito: la sua passione stava tutta nel desiderio di potersi vestire da uomo, come il suo fratello maggiore che aveva oramai vent’anni compiti: vale a dire, invece del solito berrettino, avrebbe preferito un bel cappello a tuba: invece della giacchettina, un soprabito di panno nero, e invece della golettina rovesciata, che lascia libero il collo, un bel golettone ritto e inamidato, come il collare dei preti.

 

 

2. Il cappello a tuba.

 

Fra tutte queste galanterie, la più agognata per il nostro Gigino era il cappello a tuba.

Un giorno, sfogandosi con la Veronica, la cameriera che per il solito lo accompagnava a spasso, arrivò fino a dire: “Credilo, Veronica, per un cappello a tuba darei tutti i miei libri di scuola.”

“O perché non se la fa comprare dal babbo?” ripigliò la cameriera, ridendo come una matta.

“E perché ridi?” domandò Gigino impermalito.

“Rido, perché a vedere un ragazzo, come lei, col cappello a tuba, mi parrebbe di vedere un fungo porcino.”

“Povera donna! ti compatisco…”

“La mi compatisca quanto la vuole, ma a me i ragazzi vestiti da ominini grandi mi somigliano tante maschere fuori di carnevale…”

La mattina dopo (era per l’appunto giovedì, giorno di vacanza per la scuola) il nostro Gigino, frugando nell’armadio di guardaroba, gli venne fatto di trovare un vecchio cappello di felpa, tutto bianco dalla polvere. Era un vecchio cappello del suo babbo.

Tutto allegro, come se avesse trovato un tesoro, se lo portò via di sotterfugio; e ritiratosi nella sua camera, si pose a spazzolarlo e a strigliarlo, come se fosse stato un cavallo.

Quel povero cappello in alcuni punti era diventato bianchiccio a cagione del pelo andato via: ma Gigino, senza perdersi d’animo, vi rimediò subito, e presa la boccettina dell’inchiostro, restituì alla felpa del cappello il suo bellissimo color morato.

Poi se lo pose in testa: ma il cappello era così largo, che gli calava fino al principio del naso.

Gigino non se ne dette per inteso: e andandosi a guardare nello specchio, cominciò a dire gongolando dalla gioia:

“Ecco qui… non sono più il medesimo: paio proprio un altro… neanche la mamma mi riconoscerebbe!… Bisogna convenire che il cappello a tuba è quello che fa parere uomini… Se gli uomini portassero i berretti, come noi, sarebbero tanti ragazzi… Che cosa pagherei di farmi vedere con questo cappello dai miei compagni di scuola!… Chi lo sa come m’invidierebbero!… E il maestro?… Scommetto che, se andassi a scuola con questo cappello, anche il maestro avrebbe un po’ di soggezione di me… Oh! che bell’idea!…”.

Detto fatto, Gigino ebbe lì per lì una bellissima idea. Levatosi il cappello, corse da sua madre e le disse: “Ti contenti, mamma, che vada qui dal cartolaro, sulla cantonata, per comprare un quinternino di carta?”

“Mi prometti di tornar subito?”

“In un lampo.”

“E non ti fermare dinanzi alle vetrine delle botteghe.”

“Che mi credi un ragazzo?”

E senza stare a dir altro, Gigino ritornò in camera; e dopo due minuti era giù in mezzo alla strada, con in testa il suo bellissimo cappello a tuba, ritinto a nuovo.

La gente si voltava a guardarlo, e rideva: ma lui si pavoneggiava ed era contento come una pasqua.

Per altro le contentezze in questo mondo durano poco: tant’è vero che prima di arrivare alla bottega del cartolaro, il nostro Gigino incontrò due monelli di strada, che incominciarono a girargli d’intorno e a fargli delle grandi riverenze e dei grandi salamelecchi, gridando con quanto fiato avevano in gola:

“Sor Dottore, buon giorno a lei!… Ben arrivato sor Dottore!”

Altri monelli sopraggiunsero strillando:

“Guarda che bel Cappellone!… Sor Cappellone, la si rigiri!… Evviva Cappellone!…”.

E lì grandi risate, urli, fischi, un baccano indiavolato, da levar di cervello.

Il povero Gigino, che avrebbe pagato Dio sa che cosa per aver le ali come un uccello e tornarsene volando a casa dalla sua mamma, si provò più volte a farsi largo e a svignarsela, ma i monelli, riunitisi in cerchio, gli chiudevano ogni via di salvezza.

“Mi pare una bella porcheria!” gridò piangendo. “Io vado per i fatti miei, e non do noia a nessuno… e non voglio che nessuno dia noia a me…”

“Bravo Cappellone, urlò un ragazzaccio, più sbarazzino degli altri. Bravo Cappellone!… tu ragioni meglio d’un libro stampato… e meriti la mancia.”

E nel dir così, gli diè sul cappello un colpo così screanzato, che il cocuzzolo volò via di netto, e il povero Gigino rimase con la sola tesa penzoloni intorno alla testa.

Figuratevi lo scoppio delle risate!

Appena tornato a casa, il nostro amico si chiuse in camera per bagnarsi con l’acqua fresca un bel graffio sul naso, raccapezzato in mezzo a quel gran parapiglia.

 

 

3. Il goletto insaldato.

 

Il graffio del naso non era ancora guarito per bene, che già il nostro amico Gigino, per la solita grulleria di vestire da uomo fatto, ne meditava un’altra delle sue.

Una mattina, avendo trovata la Veronica in guardaroba, che rassettava della biancheria, le disse con una manierina incantevole:

“Dimmi, Veronica, mi faresti un piacere?”

“Si figuri!”

“Ma prima mi devi promettere…”

“Che cosa?”

“Di non dir nulla alla mamma.”

“Si comincia male” osservò la cameriera, alzando la testa e guardando in viso il ragazzo. “Dev’essere dunque un segreto?”

“Un segreto, no… ma ecco, vorrei…”

“Animo via: sentiamo di che si tratta.”

“Si tratta di un goletto da collo del mio fratello Augusto.”

“Come c’entra il suo fratello Augusto?”

“Bisogna sapere che Augusto mi ha regalato uno de’ suoi goletti da collo: ma per me è troppo grande… e vorrei che tu mi facessi il piacere di ristringerlo.”

“E un ragazzino, come lei, vuol mettersi un golettaccio alto e insaldato a quel modo, che pare un collare? Quei goletti, abbia pazienza, staranno bene agli uomini e ai giovinotti, perché oramai la moda vuole così, e con la moda non ci si ragiona: ma i ragazzetti della sua età fanno miglior figura con la goletta arrovesciata, e che lascia scoperto e libero il collo. La tenga a mente, sor Gigino, che i ragazzi bisogna che vestano da ragazzi: se no, c’è da scambiarli per tanti uomini rimasti nanerucoli e piccini.”

“O che sarebbe una vergogna? Io sento che il babbo e la mamma, quando vogliono dire un gran bene di qualche ragazzo, lo sai come dicono? Dicono sempre: quello è un ragazzo che par proprio un omino.”

“Verissimo: ma non intendono dire che paia un omino, perché porta i goletti ritti e insaldati, come usano gli uomini: neanche per sogno! Intendono dire che il tale o il tal altro ragazzo pare un omino, perché non è bizzoso, perché non è scapato, perché ha giudizio, perché studia e si fa onore e perché preferisce i libri ai balocchi.”

“Basta, basta, Veronica: il resto me lo dirai un’altra volta. Me lo fai dunque questo piacere?”

“Eppure scommetto che se il suo babbo fosse tanto buono da comprarle un cappello a tuba, lei non si vergognerebbe a farsi vedere in mezzo alla strada con quella cupola in capo!”

Gigino guardò in viso la Veronica, e abbassando la voce domandò:

“Hai saputo forse qualche cosa?…”.

“Di che?”

“Del cappello…”

“Cioè?”

“Dunque non sai nulla?… Meno male… Che cosa, dunque, dicevi?”

“Dicevo che lei sarebbe capacissimo di mettersi in testa un cappello a tuba e di andare magari a farsi vedere da tutti!…”

“Sicuro che ci anderei.”

“Ma non pensa ai fischi e alle risate dei monelli di strada?”

“Dimmi, Veronica, che hai saputo per caso qualche cosa?…”

“Di che?”

“Meno male: non hai saputo nulla!… Dicevi dunque?”

“Dicevo che i ragazzacci di strada sono anche impertinenti… e non so se si contenterebbero soltanto di ridere e di fischiare.”

“E che vuoi tu che mi facessero di peggio?”

“Chi lo sa! Potrebbero alzare le mani e sentirsi il pizzicorino di lasciar cadere sul suo cappello qualche solennissima latta…”

“Latta?… E che roba sono le latte?”

“Sono quei colpacci a mano aperta affibbiati per celia o per davvero sul cappello degli altri.”

“E se qualche ragazzaccio si pigliasse la confidenza di sciuparmi il cappello, tu credi che io non ne avrei il coraggio?…”

“Il coraggio di far che cosa?”

“Di scappare e di andar subito a raccontarlo alla mamma?… Per tua regola, io non ho paura di nessuno.”

“Lo so che lei è dimolto coraggioso: tant’è vero che la sera, quand’è entrato a letto, vuol sempre la candela accesa. Guai a lasciarlo al buio!”

“Che cosa c’entra la candela col coraggio? Il coraggio è una cosa, e la candela è un’altra: ne convieni? E poi devi sapere che il mio maestro di ginnastica ha promesso fra sei o sett’anni d’insegnarmi la scherma… e quando saprò la scherma… allora, te lo dico io, non avrò più paura di nessuno. Ma insomma, Veronica, me lo fai questo piacere, sì o no?”

Gigino, mi dispiace a doverlo dire, aveva un altro difetto, comunissimo del resto a molti ragazzi, quello, cioè, che quando cominciava a chiedere una cosa, non la finiva più, fino a tanto che non l’aveva ottenuta. E a furia di ripetere e di pigolare la medesima cosa diventava così noioso e così seccatore, da sfondare lo stomaco.

Prova ne sia che la Veronica, pur di levarsi di torno quel tormento, prese dispettosamente il goletto, e tagliatone un pezzo e ricucitolo alla meglio con pochi punti, lo ridusse adattato al collo del suo padroncino.

Chi più beato, chi più felice di Gigino? Ballando e saltando corse a rinchiudersi nella sua camerina, e lì tanto fece e tanto annaspò, che finalmente poté guardarsi nello specchio col suo nuovo goletto intorno al collo.

Ma il nuovo goletto era così alto e così duramente insaldato, che il povero figliuolo sentiva tagliarsi la gola! Non poteva più abbassare la testa: non poteva voltarsi né di qua né di là: pareva proprio un impiccato. Eppure quel giuccherello era contento, tanto contento, che sarebbe difficile figurarselo!

La sua prima idea fu quella di chiedere alla mamma il solito permesso per andare dal solito cartolaro a comprare le solite penne: ma poi, tornandogli in mente la gran disgrazia toccata all’infelice cappello a tuba, pensò meglio di scendere giù nel giardino. Se non foss’altro, scansando il pericolo d’incontrare i monelli di strada, si sarebbe levato il gusto di farsi vedere dal giardiniere, dalla moglie del giardiniere e dal loro bambinetto.

Appena arrivato sulla porta del giardino, il primo a venirgli incontro fu Melampo, un grosso cane da guardia, che cominciò subito a guardarlo male e a ringhiare, come se avesse voluto mangiarlo.

“Che cos’ha Melampo?” gridò Gigino al figliuolo del giardiniere. “Che forse non mi conosce più? Non riconosce il suo padrone?”

“Come vuol che faccia a riconoscerlo, con codesto golettone che gli fascia tutta la gola?… Lo creda, sor Gigino, duro fatica a riconoscerlo anch’io… Da ieri a oggi, l’è così imbruttito… con rispetto parlando!”

“Imbruttito?… Sarebbe a dire?…”

“Lo creda, sor Gigino, la mi pare un galletto, quando gli hanno tirato il collo… Che gli è venuto forse un tumore, Dio ci liberi tutti?”

“È meglio che me ne vada, senza risponderti… se no, te ne direi delle belle” masticò Gigino fra i denti: e si avviò verso il pergolato.

Ma costretto a camminare a testa alta e non potendo vedere dove metteva i piedi, inciampò dopo pochi passi in un secchione pieno d’acqua lasciato per dimenticanza nel mezzo, e cadde lungo disteso sulla ghiaia del viale.

E la sua caduta fu così divertente, che alcune galline, le quali stavano beccando lì dintorno, invece di fuggire spaventate, cominciarono a sbattere le ali e a fare coccodè coccodè, tale e quale come se ridessero di genio alla vista di quel ragazzo così buffo per il suo golettone insaldato. Basti dire che fra quelle galline, ve ne fu una che, nello sforzo del gran ridere, scodellò senza avvedersene un bellissimo ovo fresco.

Gigino, come potete immaginarvelo, tornò a casa tutto mortificato, e c’è da compatirlo! Se col suo goletto avesse messo di buon umore solamente il ragazzo del giardiniere, pazienza! Ma far ridere anche le galline, è troppo! Veramente, è troppo!

 

 

4. La scherma.

 

E qui bisogna ritornare un passo indietro, come dicono i raccontatori di novelle.

Dovete dunque sapere, miei piccoli e carissimi lettori, che il brutto caso di quel povero cappello a tuba, strapazzato, percosso e diviso in due pezzi sulla pubblica via, non rimase un segreto per i compagni di scuola del nostro amico Gigino.

Uno scolaro, per combinazione, venne a saperlo: e quando un ragazzo sa qualche cosa, potete aspettarvi che dopo cinque minuti lo sanno anche tutti gli altri ragazzi. Così sapessero tutti l’Aritmetica, la Storia e la Geografia!

Fatto sta, che fra i compagni di scuola di Gigino trovavasi un certo Amerigo chiamato di soprannome il Biondo, perché di capelli e di carnagione era biondo come un cannello di brace.

Il Biondo non aveva che una sola passione (bruttissima passione): quella di divertirsi e di ridere alle spalle degli altri ragazzi. Inventava per tutti qualche canzonatura o qualche scherzo impertinente. A chi le dava, e a chi le prometteva.

Figuratevi la sua contentezza, quando gli raccontarono la storia della famosa latta cascata sul cappello a tuba del povero Gigino!

Prese subito di mira l’amico, e non gli dètte più pace; non lo lasciò più ben’avere un minuto solo.

Tutte le volte che nell’andare a scuola s’imbatteva in lui, affibbiavagli subito un bello scappellotto sul berretto: e poi, fingendosi dolente e mortificato, diceva con voce di piagnisteo:

“Scusa, sai: mi pareva che tu avessi in testa il cappello a tuba!… Non lo farò più!…”.

Il nostro Gigino, a questi scherzi sguaiati ci soffriva, proprio ci soffriva: e avrebbe dato volentieri una buona lezione al suo accanito persecutore: ma la paura era quella che lo tratteneva: e la paura è stata sempre una gran tara per tutte quelle persone che vorrebbero aver coraggio.

Alla fine, non potendone più, fece un animo risoluto, e disse al suo maestro di ginnastica:

“Senta, signor maestro, io vorrei che lei m’insegnasse subito la scherma”.

“Che cosa vuoi far della scherma?”

“Voglio battermi…”

“Con chi?”

“Con nessuno.”

“Benissimo: il signor Nessuno è l’unico avversario adattato per te!” urlò il maestro, dando in una gran risata.

“Eppure anche il babbo dice sempre che, quando sarò più grande, dovrò imparare la scherma…”

“Quando sarai più grande, sì: ma che cosa vuoi far oggi della scherma? oggi che sei un ragazzino alto poco più d’un soldo di cacio? oggi che non hai nemmeno la forza di reggere in mano il fioretto?…”

“Scusi: che cosa sarebbe il fioretto?”

“Te lo spiegherò un’altra volta.”

“Scusi, signor maestro: non potrebbe darmi qualche lezione, tanto per cominciare?…”

“Voglio contentarti. Per oggi t’insegnerò il modo di stare in guardia.”

“Mi dispiace… ma in guardia oggi non ci posso stare, perché dopo la scuola, mi aspettano a casa”.

Il maestro fece di tutto per non dare in uno scoppio di risa: quindi riprese:

“Animo! Mettiti là, ritto, impettito della persona. Benissimo! Ora porta la mano sinistra dietro la schiena… Nossignore! codesta non è la mano sinistra: codesta è la destra… Va bene così: ora con la destra impugna questo bastoncino, che farà da fioretto”.

“Scusi, signor Maestro, che cos’è il fioretto?”

“Te lo spiegherò un’altra volta. Ora allunga il braccio destro, e facendo un passo in avanti, muoviti verso di me, come se tu volessi colpirmi.”

“E poi?”

“E poi la lezione è finita.”

“È tutta questa la scherma?”

“Per la tua età, ne hai imparata anche troppa e te ne avanza”.

Dopo quella lezione di scherma, Gigino diventò una specie di gigante Golia. Nessuno gli faceva più paura. Tant’è vero che un giorno, essendosi preso a parole col Biondo, gli disse sul viso:

“Sono stufo delle tue sguajataggini: dopo la scuola ci batteremo”.

Detto fatto, i due avversari si ritrovarono insieme sopra una piazzetta deserta, uno di faccia all’altro.

“Attento!” disse Gigino al Biondo. “Allunga il braccio destro, e passa la mano sinistra dietro la schiena.”

“Parli con me? Io per tua regola non ho tempo da perdere in tanti complimenti, e mi sbrigo subito.”

E senza aggiungere altre parole, caricò sulle spalle dell’avversario un carico di pugni, quanti potrebbe portarne un ciuchino.

Il nostro amico tornò a casa tutto indolenzito: e lungo la strada si consolava di tanto in tanto, dicendo fra sé:

“È vero che ne ho toccate! Ma quella lì non era scherma, quelli erano pugni”.

 

 

5. La cascata da cavallo.

 

Venuto il tempo delle vacanze, Gigino andò a passare due mesi in campagna insieme con la sua mamma.

Il babbo rimase in città, perché essendo il tempo delle elezioni, e volendo riuscire eletto deputato alla Camera, aveva bisogno di girare dalla mattina alla sera come un fattorino della posta.

A poca distanza dalla villa del nostro amico c’era una casa colonica abitata dalla famigliola del contadino: vale a dire padre, madre e due ragazzetti.

Il maggiore di questi due ragazzi aveva forse la stessa età di Gigino, e si chiamava Cecco, il minore era un bambinetto di quattr’anni appena.

“Come si chiama questo bimbo?” domandò Gigino alla mamma.

“Il suo nome vero sarebbe Brandimarte: ma noi, qui in famiglia, gli si dice Formicola, perché egli è piccino come un baco da seta.”

Gigino, come potete immaginarvelo, passava tutte le sue giornate in casa del contadino, ed era diventato l’amico indivisibile di Cecco.

Una volta, fra le altre, gli domandò:

“Che cosa si potrebbe fare per divertirsi un poco?”

“Senta, sor Gigino, vuol dar retta a me? Io ci ho un bel carrettino di legno a quattro ruote: lei c’entri dentro, e farà da padrone, e io farò da cavallo e tirerò il carretto.”

“Codesti mi paiono balocchi da ragazzi!” disse Gigino, pigliando l’aria d’un uomo serio e sbadigliando senza averne voglia.

“O che lei è vecchio?”

“Non ti dirò di esser vecchio: ma oramai tutti mi scambiano per un giovinotto.”

“Io, per esempio”, soggiunse Cecco, “se dovessi scambiarlo con qualcuno, lo scambierei con un ragazzo…”

“Un ragazzo io?… Ma non sai che fra dieci anni sarò di leva e mi toccherà a fare il soldato?”

“Io non ci ho colpa”, rispose Cecco stringendosi nelle spalle.

“E fuori del carretto a quattro ruote, non avresti nessun altro passatempo?…”

“L’anno passato ce l’avevo…”

“Che cosa avevi?”

“Un cavallino bianco così addomesticato e alla mano, che veniva dietro come un pulcino, quando gli si butta il panico…”

“E ora è morto?”

“È lo stesso che sia morto, perché il padrone l’ha venduto.”

“E quando lo ricomprate il cavallo?”

“Il cavallo ce l’abbiamo, ma sarebbe quasi meglio di non averlo. Di quei cavallacci cattivi!… La si figuri, che a fargli una carezza, abbassa subito gli orecchi e mette fori certi dentoni, che paiono manichi di coltello.”

“E corre dimolto?”

“Gli è uno scappatore peggio di un berbero. Se l’avessi a montar io!… Neanche se mi ci cucissero sopra con lo spago.”

“Non ti vergogni di esser tanto pauroso?”

“No”.

“Hai torto: un ragazzo della tua età dovrebbe avere molto più coraggio…”

“Lo so anch’io: ma per aver coraggio, bisognerebbe non aver paura.”

“Quando avevo la tua età, non c’era cavallo che mi mettesse in soggezione: anzi quanto più erano scappatori e focosi, e più ci avevo piacere.”

“Mi levi una curiosità”, rispose Cecco, guardando il padroncino con un’aria un po’ canzonatoria, “che ne ha montati dimolti lei dei cavalli?”

“Te lo lascio immaginare!…”

“Per esempio… quanti?”

“Ci vorrebb’altro a contarli tutti!…”

“Dunque lei monterebbe anche il matto?”

“Chi è il matto?”

“Gli è appunto quel cavallaccio, che abbiamo nella stalla.”

“E perché lo chiamate il matto?”

“Perché è una bestia, con la quale non si può ragionare.”

“Mi conduci a vederlo?”

“La si figuri!”

I due ragazzi, senza far altre parole, si alzarono dalla panchina dove stavano seduti e si avviarono verso la stalla. Giunti alla porta, Gigino disse a Cecco:

“Mena fuori il matto!”

Cecco ubbidì.

Quando Gigino ebbe visto l’animale, disse scrollando il capo in atto di compassione:

“Questo, caro mio, non è un cavallo: questa è una pecora.”

“Eppure scommetto che lei…”

“Io?… Io per tua regola ho cavalcato certi cavalli, che tu non te li sogni nemmeno.”

(Si capisce bene che Gigino, parlando così, diceva un sacco di bugie: ma le diceva per la sua solita smania di farsi credere un giovinotto.)

“Vuol provare a montarci sopra, a bisdosso?”

“A bisdosso? cioè?”

“Vale a dire, senza sella.”

“Volentieri. Va’ a prendermi una sedia.”

“Che cosa ne vuol fare?”

“Ora lo vedrai.”

“Ma che un cavallerizzo, come lei, ha bisogno della sedia? Io, quando voglio montare a cavallo, mi attacco ai peli della criniera, spicco un bel salto, e in men che si dice, mi trovo con una gamba di qui e una di là…”

“Ognuno ha le sue opinioni: io, senza una sedia, non posso montare a cavallo.”

Cecco portò una seggiolaccia tutta sgangherata: Gigino vi si arrampicò, e inforcando il cavallo con la gamba sinistra, invece che con la destra, si trovò col viso e con tutta la persona voltata verso la coda dell’animale.

Allora Cecco, sbellicandosi dalle risa, cominciò a gridare:

“No, sor Gigino, no, l’ha sbagliato uscio: la si rigiri di lì; perché la testa del cavallo è da quell’altra parte”.

“Lo so, lo so” rispose Gigino con molta disinvoltura “ma per tua regola quando io monto a cavallo, ho la precauzione di voltarmi prima dalla parte della coda…”

“Perché?”

“Perché, caro mio, le precauzioni non sono mai troppe.”

“Ora ho capito”, disse Cecco, che non aveva capito nulla.

Intanto, a furia di sforzi inauditi, Gigino si rivoltò con tutta la persona verso la testa del cavallo: e compiuta appena questa difficile manovra, sarebbe sceso volentieri: ma gli mancò il tempo.

L’irrequieto animale, senza aspettare l’invito del cavaliere staccò subito un mezzo galoppo. Figuratevi Gigino! lui, che non aveva cavalcato mai altri cavalli, che un bellissimo puledro di legno, compratogli dalla sua mamma per regalo del Capo d’anno! Quanti salti e quanti balzelloni sulla groppa secca del Matto! Il povero figliuolo ora dondolava da una parte, ora dondolava dall’altra… e Cecco! Quella birba di Cecco, a gambe larghe in mezzo alla strada, godendosi la scena del suo padroncino, che da un momento all’altro era lì lì per fare un gran capitombolo, si mandava a male dalle grandi risate.

E il momento del capitombolo arrivò pur troppo. Gigino cadde, come un fagotto di cenci, fra la polvere della strada, e il cavallo, senza darsene per inteso, andò a mangiar erba nel campo vicino.

“S’è fatto molto male?” gli domandò Cecco, che era corso a gran carriera per aiutarlo.

“E perché mi dovrei esser fatto male?”

“È stata una brutta cascata!”

“Povero grullo! Che credi che sia cascato? Neanche per sogno. Volevo scendere, e nello scendere ho messo un piede in fallo e sono sdrucciolato. È una disgrazia che può accadere a tutti.”

“Davvero! L’altro giorno, per esempio, sdrucciolai anch’io…”

“Scendendo da cavallo?”

“No: mettendo un piede sopra una buccia di fico. E questo corno, che gli è venuto qui sulla fronte?…”

Gigino si toccò la fronte con la mano, e sentito che c’era davvero un piccolo gonfio, disse con la solita disinvoltura:

“Si vede che, nello scendere, ho battuto un ginocchio. Basta che io batta un ginocchio, perché mi venga subito un corno nella testa. Ho la pelle così delicata!…”.

 

 

6. Il sigaro.

 

Volete saperne un’altra? Pochi giorni dopo, sull’ora del desinare, il nostro amico entrò in casa del contadino e trovò tutta la famigliola a tavola: vale a dire, Tonio, il capoccia, la sua moglie Betta, e i due ragazzi Cecco e Formicola, quest’ultimo chiamato così, perché (come già sapete) era piccolino e minuto quanto un baco da seta.

Che cos’era andato a fare il signor Gigino?

Oh! non abbiate paura che il suo bravo perché ce l’aveva! Altro se ce l’aveva!

Tonio e la Betta, tanto per far vedere il buon cuore, gli domandarono subito se voleva favorire, ossia se voleva prendere un morso di pane e di formaggio fresco.

Gigino ringraziò, e atteggiandosi a persona annoiata, s’intrattenne a cinguettare del più e del meno. Appena però si accorse che il desinare stava per finire, tirò fuori di tasca un bel sigaro toscano, e spezzandolo nel mezzo col garbo di un vecchio fumatore, ne offerse la metà al capoccia Tonio.

“Mi dispiace”, disse il contadino tutto complimentoso, “mi dispiace di non poter fare onore alle sue grazie…”

“Perché?”

“Perché non fumo, e non ho mai fumato.”

“Davvero?”

“Il sigaro, con rispetto parlando, m’è parso sempre una gran porcheria. Lo dice anche il nostro medico…”

“Bravo furbo! E tu sei tanto bono da dar retta al medico?”

“Gli do retta sicuro! Cred’ella che il nostro medico sia uno zuccone? La se lo levi dal capo: è un omo che la sa lunga dimolto e ci vede bene, e quando i suoi malati moiono, gli è proprio segno che non volevano più campare.”

“E che cosa dice il vostro medico dei sigari?”

“Dice che i sigari sono la peste del genere umano e la sorgente di tutti i malanni che vengono sulla lingua, in gola e in fondo allo stomaco.”

“Grullerie! Ti pare che se i sigari facessero male davvero, il governo li lascerebbe vendere in tutte le botteghe?”

“Scusi: e lei che fuma?”

“Altro se fumo!”

Gigino, dicendo così, diceva al solito una grossa bugia, perché fino a quel giorno non aveva fumato mai.

“E il sigaro non gli guasta l’appetito?”

“Guastarmi l’appetito? a me? Per tua regola ho una salute di bronzo, e quando ho fumato un mazzo di sigari, sto meglio di prima. E tu, Cecco, sei fumatore?”

“Vorrei vedere anche questa!”, gridò la Betta inviperita, alzandosi in piedi e puntando le mani sulla tavola.

“Io”, rispose il ragazzo ridendo, “fumo qualche volta: ma fumo i sigari di cioccolata…”

“Ti compatisco!”, disse Gigino. “Sei ancora troppo ragazzo per i nostri sigari… Mi vuoi dare un fiammifero acceso?”

“Volentieri.”

Cecco accese un fiammifero di legno e lo presentò al padroncino; il quale, trovandosi oramai all’impegno, si armò di un coraggio da leoni e ficcatosi mezzo sigaro fra le labbra, cominciò a fumarlo.

Tutti, com’è naturale, lo guardavano con maraviglia, come si guarderebbe una bestia rara: quand’ecco il bambinetto chiamato Formicola, che voltandosi alla mamma, disse con una vocina piagnucolosa:

“Mamma, lo fai smettere il sor Gigino?”

“Che cosa ti fa il sor Gigino?”

“Mi fa le boccacce!”

E Formicola aveva ragione: perché il nostro amico, fra una fumata e l’altra, faceva con la bocca certi versacci sguaiati, da metter quasi paura.

Poi tutt’a un tratto diventò bianco come un panno lavato. Avrebbe voluto rizzarsi in piedi, ma le gambe gli si ripiegavano.

“Si sente male?” gli domandò premurosamente la Betta.

Gigino si provò a rispondere qualche cosa: ma non ebbe fiato. Invece sbadigliò, e dopo uno sbadiglio lungo lungo, sputò tre o quattro volte e fece con la bocca un certo garbo… mi sono spiegato?

Allora Tonio corse subito a prendere una catinella… Fosse almeno arrivato a tempo!

Povero Gigino! Dopo un’ora di trambusto di stomaco, che somigliava alla morte, se ne tornò alla villa mezzo intontito: e salendo le scale, diceva fra sé e sé: “Quanto avrei fatto meglio a fumare un sigaro di cioccolata!…”

 

 

7. La giubba a coda di rondine.

 

Finita la villeggiatura, il bravo Gigino dové presentarsi agli esami per essere ammesso alla terza ginnasiale.

A sentir lui, era sicurissimo di uscir vittorioso: ma invece, come suol dirsi, rimase schiacciato.

Credete forse che se ne accorasse?

Nemmeno per sogno. Anzi, quando il babbo e la mamma lo rimproverarono per aver fatto una meschina figura e per aver perduto inutilmente un anno di scuola, volete sapere come rispose?

“Che cosa fa un anno di più o un anno di meno? Sono forse un vecchio? Ho appena nove anni, e non mi manca il tempo per ricattarmi.”

Sissignori! Quel monello, quando era spinto dalla vanità di vestirsi da giovinotto, si cresceva gli anni a manciate: quando poi voleva scusarsi della poca voglia di studiare, allora, a lasciarlo discorrere, ridiventava un bambino di nove o dieci anni appena.

Per altro, trovandosi qualche volta solo, andava rimuginando col pensiero la storia burrascosa del famoso cappello a tuba, la risata delle galline per il suo golettone inamidato, gli scapaccioni avuti dal Biondo, sebbene il Biondo non sapesse la scherma, la cascata da cavallo con l’accompagnamento d’un bel corno in mezzo alla testa, e le fumate di quel sigaro traditore, che lo aveva costretto a fare i gattini… modo pulito per non dire che lo aveva costretto a rimetter fuori alla luce del sole tutta la colazione divorata con tanto gusto poche ore prima.

E ripensando a tutte queste cose, e facendo nella sua testina un piccolo calcolo a mezz’aria, venne finalmente a capacitarsi che questa vanità di atteggiarsi a giovinotto prima del tempo, gli aveva fruttato più dispiaceri, che vere consolazioni di amor proprio soddisfatto.

E giurò sul serio di voler mutar vita e di rassegnarsi oramai a rimaner ragazzo fino a tanto che il calendario non gli avesse regalato qualche anno di più.

E mantenne il giuramento per parecchi mesi.

Ebbe in questo periodo di prova molte tentazioni: ma riuscì a spuntarle, e rimase sempre padrone del campo.

Ma purtroppo una sera…

Vi racconterò quest’ultima disgrazia di Gigino, ma ve la racconterò con parole quasi allegre per non farvi piangere.

Una sera, in casa sua, c’era festa da ballo.

Gigino, non volendo sfigurare di fronte agli altri, andò per tempo a chiudersi in camera: e lì si pettinò, si lisciò, e si agghindò, come un vero figurino di Parigi. Aveva una bella camicia bianca, col goletto rovesciato, e una giacchettina di panno nero, che gli tornava a pennello.

Quando sentì che il pianoforte accennava i primi preludi della polca e della marzurka, corse subito… ma prima di entrare in sala, fece capolino alla porta e vide…

Vide un brulichio di cravatte bianche e di giubbe a coda di rondine.

La giubba a coda di rondine era stata sempre la sua gran passione, il suo sogno dorato.

Prova ne sia che una volta, essendo venuto il sarto a riportargli una giacchettina di velluto, gli domandò in tutta segretezza:

“Scusi: a questa giacchettina non si potrebbero attaccare di dietro due falde?”.

“Volendo, si può far tutte: ma le pare che la giubba sia un vestito adattato per i ragazzi della sua età?”

“Quanti anni bisogna avere per mettersi la giubba?”

“Per lo meno, diciotto o vent’anni.”

“Mi pare una bella prepotenza! Dunque, perché siamo ragazzi, dovremo sempre vestire a modo degli altri?…”

“Arrivedella sor Gigino.”

E il sarto se ne andò scrollando il capo e mordendosi i baffi.

La sera della festa da ballo, il nostro amico sentendosi rinfocolare la passione per la giubba, almanaccò col suo cervellino di grillo questo bellissimo ragionamento:

“Se mi mettessi la giubba del mio fratello Augusto?… Augusto è a Roma… e fino a lunedì non ritorna. La sua giubba mi torna benissimo… un po’ larga, se vogliamo, un po’ lunga… ma in mezzo a quella folla di ballerini e di ballerine, chi se ne avvede?”.

E lì, fatto un animo risoluto, entrò nella camera del fratello, prese la giubba e se la infilò.

Figuratevi quando fece la sua comparsa in sala! Scoppiò una risata, che non finiva più. Ridevano tutti: anche il pianoforte. Una signorina, fra le altre, rise tanto e poi tanto, che venne presa da un singhiozzo convulso, e fu portata fuori della sala quasi svenuta.

Allora nacque un mezzo scompiglio.

Il pianoforte smesse di suonare: le coppie che ballavano, si sciolsero: la quadriglia rimase a mezzo, e tutti si affollarono per conoscere la causa di quello svenimento.

“Povera giovinetta! Ha riso troppo! e il troppo ridere qualche volta fa male!”, dicevano alcuni.

“E il motivo di quel riso convulso?” domandavano altri.

“La giubba del sor Gigino.”

“Vediamola questa famosa giubba.”

“Vediamola davvero.”

E lì dintorno a Gigino, il quale impermalito di far da zimbello ai curiosi, dètte in uno scoppio di pianto e fuggì dalla sala come un gatto frustato.

Da quella sera in poi, Gigino, messo il capo a partito, si liberò dalla ridicola passione di vestirsi a uso giovinotto, prima del tempo.

E fece bene: perché i ragazzi, vestiti da ragazzi, figurano molto più di quel marmocchi, che hanno la pretesa di mascherarsi da omini anticipati.

 

 

 

Pipì.

O lo scimmiottino color di rosa

 

 

 

 

 

1. Perché a Pipì fu dato il soprannome di “scimmiottino color di rosa”

 

Nel famosissimo bosco di Vattel’a pesca, c’era una volta una piccola famigliola composta di sette scimmie: il babbo, la mamma e cinque scimmiottini alti quanto un soldo di cacio.

Questa famigliola abitava fra i rami di un albero gigantesco, in mezzo a una foresta, e pagava quindici susine l’anno di pigione a un vecchio gorilla prepotente, che si era messo in capo di essere il padrone di casa.

Dei cinque scimmiottini, quattro avevano il pelame di un colore scuro come la cioccolata; ma il quinto, invece, ossia il più piccolo di loro, fosse scherzo di natura o altro, fatto sta che era tutto ricoperto, salvo il musino, da una finissima lanugine di color vermiglio carnicino, come le foglie della rosa maggese. Ed è per questa ragione che in casa e fuori di casa lo chiamavano tutti in canzonatura col soprannome di Pipì, parola che nella lingua parlata delle scimmie, vuol dire precisamente color di rosa.

Pipì non somigliava punto né a’ suoi fratelli, ne agli altri scimmiottini del vicinato.

Aveva un musino vispo e intelligente; un par di occhietti furbi, che non stavano fermi un minuto: una bocchina che rideva sempre, e un personalino asciutto e flessibile, come un gambo di giunco. Era, insomma, come suol dirsi, uno scimmiottino fatto proprio col pennello.

Vedendolo così di prim’acchito, si poteva quasi scambiarlo per un ragazzino di otto o nove anni, per la gran ragione che Pipì faceva il chiasso e i balocchi, come un ragazzo: correva dietro alle farfalle e andava in cerca di nidi, come i ragazzi: era ghiottissimo delle frutta acerbe, come i ragazzi: mangiava ogni cosa e mangiava sempre, come i ragazzi: e dopo aver mangiato ben bene, si ripuliva la bocca con le mani, come fanno i ragazzi e segnatamente i ragazzi poco puliti.

Ma la più gran passione di Pipì volete sapere qual era?

Era quella di scimmiottare tutto quello che vedeva fare agli uomini.

Un giorno, fra gli altri, mentre andava per la foresta a caccia di cicale e di grilli, vide a poca distanza un giovanetto seduto a piè d’un albero, che se ne stava tranquillamente fumando la sua pipa.

A quella vista, Pipì spalancò tanto d’occhi e rimase come incantato.

“Oh!” diceva dentro di sé “se potessi avere una pipa anch’io!… Oh se potessi anch’io farmi uscire que’ bei nuvoli di fumo dalla bocca!… Oh se potessi tornarmene a casa, fumando come un camminetto acceso! Chi lo sa con che occhi d’invidia mi guarderebbero i miei quattro fratelli!”

Mentre allo scimmiottino frullavano per il capo queste bellissime cose, ecco che il giovinetto, un po’ per la stanchezza e un po’ per il gran bollore della giornata, lasciò andare due sonori sbadigli, e posata la sua pipa sull’erba, si addormentò.

Che cosa fece allora quel birichino di Pipì?

Si avvicinò pian pianino, in punta di piedi, al giovinetto che dormiva: e rattenendo perfino il fiato… allungò adagino adagino una zampa… prese con una velocità incredibile la pipa che era posata sull’erba… e poi, via a gambe come il vento.

Appena arrivato a casa, chiamò subito, tutt’allegro, il babbo, la mamma e i fratelli; e in presenza a loro, infilatosi quel pipone fra i labbri, cominciò a fumare con lo stesso garbo e con la stessa disinvoltura, come avrebbe fatto un vecchio marinaio.

La mamma e i fratelli, a vedergli uscir di bocca quelle nuvole di fumo, ridevano come matti: ma il suo babbo che era uno scimmione pieno di giudizio e di esperienza di mondo, gli disse in tono di avvertimento salutare:

“Bada, Pipì! A furia di scimmiottare gli uomini, un giorno o l’altro diventerai un uomo anche tu… e allora! Allora te ne pentirai amaramente, ma sarà troppo tardi!”

Impensierito da queste parole, Pipì gettò via la pipa di bocca e non fumò più.

Eppure bisogna convenire che quella pipa rubata gli portò disgrazia.

Difatti, pochi giorni dopo, Pipì venne colpito da un orribile infortunio! Lo sciagurato perdé per sempre la sua bellissima coda: una coda così bella, che bastava averla vista una volta, per non potersela mai più dimenticare.

Come andò che Pipì perdé la sua magnifica coda?

È una storia crudele e dolorosa, che fa venire le lacrime agli occhi soltanto a pensarvi; e io ve la racconterò in quest’altro capitolo.

 

 

2. Come andò che Pipì perse la sua bellissima coda

 

Bisogna dunque sapere che, appena usciti fuori di quella foresta, dove stavano di casa Pipì e la sua famigliola, si trovava subito un gran lago abitato da un vecchio coccodrillo, che contava oramai duemil’anni di vita.

Arabà-Babbà (così chiamavasi il vecchio coccodrillo), divenuto cieco degli occhi a cagione dell’età decrepita, e non potendo più guadagnarsi un boccon di pane col sudore della sua fronte, era condannato a starsene dalla mattina alla sera rasente alla riva del lago, con la testa fuori dell’acqua e con la bocca sempre spalancata, aspettando che tutti quelli che passavano di là, uomini o bestie che fossero, mossi a compassione di lui, gli gettassero in bocca qualche cosa di masticabile, tanto da non morir di fame e da tirarsi avanti almeno per un altro migliaio d’anni.

E tutti i passanti, uomini o bestie che fossero, bisogna dir la verità, non mancavano mai di fare un po’ di elemosina al povero vecchio.

E anche Pipì lo soccorreva frequentemente: ma quella birba, spesso e volentieri, invece di dargli o una frutta o un pesciolino morto, si divertiva a mettergli in bocca ora una manciata di sassolini, ora un fastello di stecchi e di ortica, ora un chiodo o un arpione arrugginito, trovati per caso lungo la strada.

Ma il vecchio coccodrillo non si arrabbiava per questi scherzi sguaiati. Tutt’altro.

Risputava tranquillamente i sassolini, gli stecchi, le ortiche e i chiodi, e soltanto scoteva leggermente il capo, come per dire:

“Bada, monello! O prima o poi, una le paga tutte!…”.

Un giorno Pipì, quasi impermalito di vedere che i suoi scherzi non facevano né caldo né freddo, domandò al coccodrillo, atteggiandosi a ingenuo e a innocentino:

“Dite, Arabà: dacché siete al mondo, ne avete trovati mai degl’impertinenti, che vi abbiano fatto qualche dispetto o qualche burla sgarbata?”

“Se ne ho trovati, scimmiottino mio! Nel mondo, per tua regola, c’è più impertinenti che mosche.”

“Dite, Arabà: e quando i monelli vi fanno qualche dispetto, voi non vi risentite mai?”

“Caro mio! In tanti anni di vita ho imparato che la più gran virtù dei vecchi è quella di saper sopportare i giovani con pazienza e rassegnazione.”

“Dunque, dacché siete al mondo, non vi siete arrabbiato mai, mai, mai?”

Il coccodrillo, prima di rispondere, ci pensò un poco, e poi disse:

“Una volta sola. E sai chi fu che mi fece andare su tutte le furie? Fu uno scimmiottino, su per giù, della tua età….”

“E che cosa vi fece questo scimmiottino?” domandò Pipì, con una curiosità vivissima.

“Questo monellaccio, non saprei dirti come, era venuto a sapere che io curavo moltissimo il solletico sulla punta del naso. Allora che cosa inventò per darmi noia? Salì sopra uno di questi alberi, che circondano il lago, e, calandosi di ramo in ramo, arrivò con la punta della sua coda a farmi il pizzicorino sul naso. Figurati io! Mi trovai attaccato da una tal convulsione di riso, che durai a ridere e a ballare nell’acqua per una settimana intera! Credevo quasi di morire!”

“Davvero?… Oh povero Arabà!…”, disse Pipì con falsa compassione.

E dopo se ne andò di corsa: e a quante scimmie e scimmiottini incontrava per la strada, ripeteva a tutti ridendo queste parole:

“Volete divertirvi? volete veder ballare il vecchio Arabà? Venite domattina sul lago e io vi farò assistere a questo bellissimo spettacolo”.

La mattina dopo, come potete immaginarvelo, c’era sulla riva del lago una folla immensa.

Tutti aspettavano che Arabà ballasse il trescone.

Quand’ecco Pipì che salito sopra un albero sporgente sull’acqua, cominciò a calarsi giù di ramo in ramo, e tenendosi penzoloni per aria, si allungò e si distese tanto, da poter toccare con la punta della sua coda il naso del coccodrillo.

Ma il coccodrillo, appena sentì la coda di Pipì, chiuse la bocca e zaff… con un semplice morso dato a tempo, gliela staccò di netto fin dal primo nodello.

Lo scimmiottino cacciò un grido acutissimo di dolore: e buttandosi di sotto all’albero, si dette a scappare verso la foresta.

Arrivato vicino a casa, vi lascio pensare come rimase, quando, portandosi una mano di dietro, si accorse che la sua coda non c’era più.

La coda era rimasta in bocca al coccodrillo, che a quell’ora l’aveva bell’e digerita.

Preso dalla disperazione e vergognandosi a farsi vedere dalla sua famiglia in quello stato compassionevole di scimmiottino scodato, Pipì infilò per una viottola solitaria, camminando all’impazzata fino a notte chiusa, senza sapere neanche lui dove andasse a battere il capo.

Finalmente, non potendone più dalla stanchezza e dal sonno, si sdraiò sopra un monticello di frasche secche per riposarsi un poco.

E in quel mentre che era lì lì per appisolarsi, sentì negli orecchi una voce minacciosa, che gli gridò imperiosamente:

“Rendimi la mia pipa!…”.

Lo scimmiottino, svegliandosi tutto spaventato, voleva fuggire; ma non poté: perché in men che non si dice, si trovò preso, rinchiuso in un sacco e caricato sulla groppa di una bestia con quattro zampe, che cominciò a correre di gran carriera.

“Che bestia sarà mai quella che mi porta via con tanta foga?”, pensava lo scimmiottino tremando dalla paura. “Se per caso è un leone, sono bell’e perduto!… Se per disgrazia è una tigre, peggio che mai!… Se è una iena o un leopardo, non c’è più scampo per me!… Oh me disgraziato! Che bestia sarà mai quella che mi porta via con tanta foga?…”

Per buona fortuna, la bestia ragliò… e allora Pipì sentì allargarsi il cuore dalla contentezza.

Quel raglio fu l’unica consolazione che avesse il povero Pipì durante il suo misterioso viaggio, rinchiuso in un sacco!

 

 

3. Pipì cade in un gran fiume e vien ripescato

 

Dopo aver camminato tre giorni e tre notti, senza prendere un minuto di riposo, finalmente la bestia che portava in groppa il sacco con lo scimmiottino dentro, si fermò tutt’a un tratto, e data una gropponata, scaricò il sacco in mezzo a una solitaria campagna.

E la gropponata fu così brusca e violenta, che il sacco, cadendo a terra, seguitò a ruzzolare sull’erba per un mezzo chilometro. Figuratevi quante capriole dové fare, al buio, il povero scimmiottino.

Ma il momento più brutto per lui fu quando si provò a rompere il sacco per uscir fuori.

Adoperò gli unghioli, e non concluse nulla: adoperò i denti, e nulla. Rifinito allora dallo strapazzo e dalla fame, cominciò a piangere come un bambino.

“Chi è che piange?”, domandò un grosso topo, che passava per caso da quella parte.

“Sono io!… sono un povero scimmiottino che muore di fam…”

Ma non poté finire la parola, perché gli fu troncata a mezzo da un lunghissimo e sonoro sbadiglio, che gli scappò di bocca.

“Esci fuori, e mangerai.”

“Si fa presto a dire esci fuori: ma la vuoi intendere che non posso uscire?”

“Perché?”

“Perché non mi riesce di rompere il sacco.”

“Lascia fare: il sacco lo romperò io.”

Detto fatto, il topo si distese lungo sull’erba, e cominciò a rosicchiare con quanta forza aveva ne’ denti.

Ma il sacco non cedeva, perché era più duro del cuoio.

“Quanto tempo ti ci vorrà per bucarlo?”, domandò lo scimmiottino.

”Il sacco resiste: ma in quattro o cinque mesi spero di averlo bucato!”

“Cinque mesi?”, strillò di dentro il povero Pipì, “ma dopo cinque mesi troverai nel sacco appena i miei ossi e i miei unghioli!…”

E ricominciò a piangere più forte che mai.

“Chi è che piange?”, domandò un vitello, che pascolava lì vicino.

“È un disgraziato scimmiottino, che non può uscire di dentro da quel sacco”, rispose il topo.

“Perché non può uscire?”

“Perché il sacco è così duro, che non c’è verso di romperlo.”

“Lascia fare a me, che con un cozzo delle mie corna, lo sfonderò, come se fosse fatto di foglie di lattuga.”

E il vitello, senza stare a dir altro, si tirò indietro; e presa la rincorsa, andò a testa bassa a battere una terribile cornata nel sacco.

“Ohi! son morto!…”, gridò di dentro il povero Pipì: e non disse altro.

Intanto il sacco, a quell’urto screanzato, riprese di nuovo a ruzzolare per terra, come una vescica piena d’aria: e il topo e il vitello a corrergli dietro per fermarlo: e il sacco via… ruzzolava sempre più lesto… e il topo e il vitello a rincorrerlo a salti e con la lingua di fuori.

E dopo aver corso una giornata intera, e, quando erano proprio lì lì per raggiungerlo, il sacco fece altri due ruzzoloni e giù… cadde in un fiume così profondo e così largo, che non si vedevano le sponde da una parte all’altra.

La mattina dopo alcuni pescatori bussarono alla porta di un bel palazzo, e al servitore che veniva ad aprire, chiesero premurosamente:

“È alzato il padroncino Alfredo?”

“Il padroncino”, rispose il portiere, “è nella sala terrena, che prende il caffè e latte.”

“Avvisatelo, che stamani all’alba abbiamo pescato nel fiume il famoso sacco…”

“Che cos’è mai questo sacco?”

“Gli è quello che il padroncino aspetta da parecchi giorni.”

Appena il portiere ebbe fatta l’imbasciata, tornò in un attimo sulla porta e disse ai pescatori:

“Passate subito.”

I pescatori entrarono col sacco sulle spalle, e giunti alla presenza del padrone, lo posarono delicatamente sul pavimento.

“Apritelo!”, disse il giovinetto Alfredo.

“È impossibile, signor padrone. Ci siamo provati a sfondarlo con gli scalpelli, con le scuri e co’ trapani… ma il sacco è più duro del macigno.”

“Prendete questo spillo, e bucatelo.”

E nel dir così, il giovinetto Alfredo si levò dal fazzoletto da collo uno spillo d’oro, sormontato da una grossa perla, sulla quale (cosa singolarissima!) si vedeva dipinta la testa di una bella bambina coi capelli turchini.

I pescatori presero lo spillo in mano, e guardandosi fra loro stupefatti, pareva che volessero dire: “Com’è possibile che con questo spilluccio d’oro si possa forare un sacco, che ha resistito ai trapani e agli scalpelli?”.

“Bucate subito quel sacco” ripeté Alfredo con voce di comando.

I pescatori, per atto di ubbidienza, si chinarono, provandosi a infilare la punta dello spillo: e immaginatevi quale fu la loro meraviglia, quando si accorsero che lo spillo entrava con tanta facilità, come se il sacco fosse stato di polenta o di panna montata.

Appena bucato leggermente, il sacco si aprì in due parti, e lasciò vedere un povero scimmiottino, tutto malconcio, che dava appena gli ultimi segni di vita.

Alfredo prese lo scimmiottino in collo e gli bagnò la bocca con un po’ di latte tiepido.

A poco per volta Pipì si riebbe ed aprì la bocca. Allora Alfredo gli pose in bocca una pallina di zucchero e un crostino imburrato.

Pipì inghiottì il crostino e lo zucchero, senza far nemmeno l’atto di masticarli.

Poi aprì gli occhi e li fissò negli occhi di quel simpatico giovinetto, che aveva per lui tante cure e tante attenzioni: e pareva quasi che volesse ringraziarlo.

Alla fine, quando a furia di latte, di crostini e di palline di zucchero, Pipì ebbe ripreso tutte le sue forze, allora saltò in terra, e stando ritto sulle gambe di dietro, cominciò a coprir di baci la mano del suo piccolo benefattore.

I pescatori, tutta gente d’ottimo cuore, commossi a questa scena, facevano i luccioloni e si rasciugavano gli occhi: ma il padroncino Alfredo disse loro:

“Andate alle vostre faccende e chiudete la porta di sala: ho grandissimo desiderio di parlare a quattr’occhi con questo scimmiottino”.

 

 

4. Pipì diventa l’amico del giovinetto Alfredo

 

Quando Alfredo e Pipì si trovarono soli, cominciarono a guardarsi l’uno con l’altro, senza fiatare e senza fare il più piccolo gesto.

E si guardarono per un pezzo.

Alla fine Alfredo, non potendo più star serio, dette in una gran risata: e lo scimmiottino fece altrettanto.

E risero tutt’e due sgangheratamente, senza sapere il perché, come ridono i ragazzi un po’ giuccherelli, quando si lasciano prendere dalle convulsioni del riso.

Sfogati che si furono, Alfredo disse allo scimmiottino:

“Come ti chiami di nome?”

“Pipì.”

“E il tuo casato?”

Lo scimmiottino ci pensò un poco; e poi, grattandosi lesto lesto il capo, rispose:

“Pipì senza casato.”

“Quanti anni hai?”

“Sono il più piccino de’ miei fratelli.”

“E i tuoi fratelli che età hanno?”

“Sono più giovani del babbo e della mamma.”

“Ho capito tutto”, disse il giovinetto ridendo. Poi gli domandò:

“E la coda dove l’hai lasciata?”

“Non lo so.”

“Come non lo sai?”

“L’avrò perduta per la strada! Sono così scapato!…”

“Eh via! ti par possibile che uno scimmiottino possa perdere la coda per la strada?”

“Allora vuol dire che l’avrò lasciata a casa. Sono partito con tanta fretta, che non ho avuto il tempo di vedere se avevo preso con me tutto il bisognevole.”

“Dimmi Pipì; le dici mai le bugie?”

“Qualche volta… specialmente quando mi vergogno a dire la verità…”

“Ti fa torto: le bugie non vanno dette mai.”

“Non le dirò più.”

“Raccontami dunque la verità. Com’è che hai perduta la coda?”

Pipì, invece di rispondere, cominciò a strofinarsi gli occhi, poi disse piangendo:

“Me… l’hanno… mangiata!…”.

“E chi te l’ha mangiata?”

“Arabà-Babbà, un coccodrillaccio, che mangerebbe anche il fuoco!…”

“E come avvenne che te la mangiò?”

“Io volevo fare il chiasso… e lui fece per davvero.”

“Oh povero Pipì!”

“E che bella coda! Una coda, lo creda, signore… Come si chiama lei?”

“Alfredo.”

“E il casato?”

“Alfredo senza casato.”

“Lo creda, signor Alfredo senza casato, una coda che faceva gola soltanto a vederla. Quella coda era tutto il mio patrimonio.”

“E perché sei scappato di casa?”

“Non sono scappato… mi hanno chiuso in un sacco e mi hanno portato via.”

“E ora che cosa pensi di fare?”

“Qualche cosa farò. Io mi accomodo a tutto.”

“Per esempio?”

“Io mi contento di poco. A me mi basta di mangiare, di bere e di andare a spasso. Non domando nulla di più.”

“Sei discreto davvero! Ma chi ti darà da mangiare?”

“Io confido in lei.”

“Perché no? Io son pronto a darti da mangiare: a patto però che tu sappia guadagnartelo. Sei avvezzo a lavorare?”

“Se debbo dir la verità, invece di lavorare, io mi diverto molto più a veder lavorare gli altri.”

“Vuoi prendere il posto di mio cameriere?”

“Si figuri!”, rispose Pipì, stropicciandosi insieme le due zampine davanti per la grande allegrezza.

“Fra pochi giorni”, rispose il giovinetto Alfredo, “io partirò per fare un lungo viaggio. Durante questo viaggio, vuoi tu essere il mio cameriere, il mio compagno di avventure?”

“Si figuri!”

“A colazione ti darò ogni mattina cinque pere, cinque albicocche e un bel cantuccio di pan fresco: ti piace il pan fresco?”

“Si figuri!”

“A desinare mangerai alla mia tavola, e ti farò portare un piatto di pesche, di susine e di albicocche: ti piacciono le albicocche?”

“Si figuri!”

“A cena mangerai otto noci e quattro fichi dottati: ti piacciono i fichi dottati?”

“Si figuri!”

“Tutte le volte poi che farai qualche balordaggine o qualche cattiveria, allora con questo frustino ti affibbierò una carezza sulle gambe: ti piacciono le carezze fatte col frustino?”

“Mi piacciono di più i fichi dottati”, mugolò Pipì grattandosi il capo con tutt’e due le zampe.

“Accetti dunque i miei patti?” domandò Alfredo.

“Accetto tutto… fuori però che quelle carezze…”

“Anche le carezze col frustino: se no, vattene!…”

“Ma le carezze… me le affibbierà adagino… senza farmi male… non è vero?”

“Te le affibbierò secondo i tuoi meriti. Dunque?…”

“Dunque fin da questo momento, io sono il suo cameriere, il suo segretario e il suo compagno di viaggio.”

Allora Alfredo andò verso la tavola e sonò un campanello d’argento. A quella chiamata si presentò il solito servo sulla porta.

“Fate passare subito il sarto, con la paniera di tutto il vestiario.”

Il servo uscì: e dopo due minuti entrò il sarto con la paniera.

“Vestitemi quello scimmiottino con la livrea di mio cameriere”, disse Alfredo.

Il sarto, senza farselo ripetere, prese dalla paniera due scarpine scollate di pelle lustra, con un bel fiocchetto di seta sul davanti e le calzò in piedi a Pipì.

Poi gl’infilò un paio di calzoncini rossi da legarsi al ginocchio: e dal ginocchio in giù gli abbottonò un paio di piccole ghette color di uliva fradicia.

Poi gli avvolse intorno al collo un fazzoletto bianco, inamidato e stirato a uso cravatta: lo aiutò a infilarsi una sottoveste di panno giallo e una giubbettina a coda di rondine, di panno nero, che gli tornava una pittura: e finalmente gli accomodò in testa un cappellino a cilindro, col suo bravo brigidino da una parte, come hanno tutti i camerieri dei grandi signori.

Quando Pipì fu vestito tutto da capo ai piedi, Alfredo gli disse:

“Su, da bravo, vieni qua da me e va’ a guardarti in quello specchio”.

Lo scimmiottino si mosse franco e spedito; ma non essendo avvezzo a portare le scarpe, fece un bellissimo sdrucciolone e cadde lungo disteso.

Figuratevi le risate di Alfredo e del sarto.

Il povero Pipì faceva di tutto per rizzarsi, ma non gli riusciva. Puntava con sforzi inauditi i piedi in terra, ma i piedi scivolavano sui mattoni inverniciati: ed era subito un’altra musata battuta sul pavimento.

Alla fine si rizzò: e toccandosi il naso che era tutto sbucciato, disse piangendo al padroncino:

“Io… con le scarpe non so camminare… Io voglio andare scalzo”.

“Fatti coraggio”, disse Alfredo, “con un po’ di pazienza ti avvezzerai anche alle scarpe. In questo mondo ci si avvezza a tutto.”

“Ma io ci patisco troppo.”

“Pazienza! In questo mondo ci si avvezza anche a patire, diceva il mio babbo. Su, su: vieni a guardarti allo specchio.”

Lo scimmiottino si mosse una seconda volta: ma camminava a sentita, con passo di formica, pianin pianino, come se avesse camminato sulle uova.

Giunto dinanzi allo specchio, diè appena una prima occhiata a volo; e tiratosi indietro spaventato, cominciò a strillare disperatamente:

“Oh come sono brutto!… Oh povera mamma mia, come hanno sciupato il tuo scimmiottino!… Non sono più io!… Non sono più Pipì!… Mi hanno vestito da uomo… e sono diventato un mostro da far paura. Non voglio più star qui: voglio andarmene… voglio tornarmene a casa mia. Non voglio più questi vestitacci; no, no, no!…”.

E, gridando e avvoltolandosi per terra, si levò le scarpe e le buttò nel camminetto: tirò il cappello sul viso del sarto, si strappò il fazzoletto bianco dal collo: e spiccato un gran salto, uscì fuori dalla finestra e si dette a correre per i campi.

Povero Pipì! correva e correva: ma non aveva ancora fatto cento passi, che sentì afferrarsi per i calzoncini dalla parte di dietro, e si trovò sollevato da terra, in bocca a un grosso cane di Terranuova.

 

 

5. Pipì promette all’amico Alfredo di accompagnarlo in un lungo viaggio, ma promette, senza credersi obbligato a mantenere

 

Il cane di Terranuova era uno di quei cani pasticcioni, intelligenti, amorosi, che si affezionano al padrone, come l’amico all’amico.

Non gli mancava altro che la parola per essere quasi un uomo. Di soprannome lo chiamavano Filiggine, a motivo del suo pelame nero morato, come la cappa del camino.

Quando Alfredo si accorse che Pipì tirava a scappare, fece un fischio a Filiggine: e Filiggine, in quattro salti, raggiunse lo scimmiottino, e presolo, come già s’è detto, per i calzoncini dalla parte di dietro, lo riportò pari pari in casa del padrone.

“Perché volevi scappare?”, gli domandò Alfredo in tono di rimprovero.

“Perché… perché…”

“Su, su! Rispondi con franchezza.”

“Perché io voglio tornare a far lo scimmiottino insieme col mio babbo, con la mia mamma e coi miei fratelli… e non voglio mascherarmi da uomo…”

“E allora perché, poco fa, hai accettato di essere il mio compagno di viaggio?”

“Perché credevo che fosse una cosa… e invece è un’altra.”

“Vuoi dunque proprio andartene?”

“Anche subito… Ma lei mi faccia il piacere di non mandarmi dietro quel solito canaccio nero… perché se no, Filiggine, dopo cinque minuti, mi riporta di peso in questa stanza.”

“Non aver paura. Filiggine senza il mio comando, non si muove di qui. E quanto sei lontano da casa tua?”

“Dimolti, ma dimolti chilometri.”

“E prima di metterti in viaggio, non senti bisogno di mangiar qualche cosa?”

A dirla schietta, lo scimmiottino non aveva l’ombra della fame: ma tentato dalla sua gran ghiottoneria, rispose abbassando gli occhi e facendo finta di vergognarsi:

“Un bocconcino lo mangerei volentieri…”.

Alfredo sonò il campanello d’argento, e il servo portò in tavola un cestino pieno ricolmo di bellissime pesche.

Lo scimmiottino non le mangiò, ma le divorò in un baleno.

Dopo le pesche, vide presentarsi un canestro di ciliegie così grosse, così mature e così rilucenti, che facevano venire l’acquolina in bocca soltanto a guardarle.

Pipì se le sgranocchiò tutte, a tre e quattro per volta: ma non volendo passare per uno scimmiottino ineducato, lasciò nel canestro i nòccioli, le foglie e i gambi.

Quando si sentì pieno fino agli occhi, allora si alzò da tavola, e fatta una bella riverenza, disse al padroncino di casa:

“Arrivedella signor Alfredo: scusi tanto l’incomodo e mille grazie della sua cortesia.”

“Addio, Pipì. Fa’ buon viaggio, e tanti saluti a casa.”

Lo scimmiottino si avviò per andarsene: ma in quel mentre vide entrare il cameriere con un paniere di frutta, che mandavano un odorino da far resuscitare un morto.

“E quelle che frutta sono?”, domandò, tornando due passi indietro.

“Quelle son nespole del Giappone”, rispose Alfredo. “Le avevo fatte preparare per la tua cena di stasera.”

Pipì rimase un po’ pensieroso: e poi disse:

“Pazienza!”. E fattosi un animo risoluto, si avviò di nuovo per partire.

Giunto però sulla porta di sala, si trattenne alcuni minuti. Quindi, volgendosi al giovinetto, gli chiese:

“Scusi, signor Alfredo, che ore sono?”

“Mezzogiorno preciso.”

“Mezzogiorno?… A dir la verità, mi pare un po’ tardi per mettersi in viaggio.”

“Tutt’altro che tardi. Ti restano ancora sette ore di giorno chiaro, e in sette ore si fa dimolta strada.”

“Ha ragione e dice bene. Dunque arrivedella, signor Alfredo, scusi tanto l’incomodo e mille grazie della sua cortesia.”

E questa volta partì davvero. Ma dopo un quarto d’ora Alfredo se lo vide ricomparire in sala, tutto ansante e trafelato.

“Che cosa c’è di nuovo?”, gli domandò il giovinetto.

“C’è di nuovo”, rispose Pipì, “che questo sole sfacciato mi dà una gran noia e mi fa abbarbagliare gli occhi. Non potrebbe, di grazia, prestarmi un ombrellino di tela da pararmi il sole?”

“Volentieri.”

Alfredo chiamò il cameriere: e il cameriere portò subito un grazioso parasole, dipinto con grandi fogliami di bellissimi colori azzurri e verdi.

Pipì prese l’ombrellino, l’aprì, e cominciò a girare intorno alla stanza, dando continuamente delle lunghissime occhiate al canestro delle nespole giapponesi.

“Amico mio”, disse allora Alfredo, “se indugi un altro poco, farai notte senza avvedertene, e ti toccherà a viaggiare al buio.”

“Io di giorno non so camminare”, rispose Pipì. “O non sarebbe meglio che partissi questa sera dopo cena?”

“Padronissimo di fare come credi meglio.”

E nel dir così, Alfredo lasciò balenare in pelle in pelle un risolino canzonatorio, che pareva volesse dire:” Caro il mi’ ghiottone! Ho bell’e capito qual è il tuo debole: lascia fare a me, che ti domerò io!”.

Quando fu l’ora della cena, Pipì, senza nemmeno aspettare di essere invitato, andò a sedersi alla tavola dov’era seduto Alfredo: ma questi pigliando un tono di voce serio e padronale, gli disse:

“Che cosa fate costì?”

“Vengo a cena anch’io.”

“Le persone che vengono alla mia tavola, le voglio veder vestite decentemente. Andate subito a mettervi la giubba.”

“Io… con la giubba… non so mangiare. La giubba non me la metto.”

“Allora ritiratevi là, in fondo alla sala, e contentatevi di assistere alla mia cena.”

Quando Pipì si accorse che Alfredo diceva sul serio, si dette a piangere e a strillare: e piangendo e strillando scappò dalla stanza: ma dopo poco tornò.

Quando rientrò nella stanza, aveva la sua giubbettina infilata e tutta abbottonata, come un piccolo milorde.

“Così va bene”, disse Alfredo. “Mettetevi ora a sedere, e buon appetito!”

Il canestro delle nespole fu portato in tavola.

Inutile starvi a dire che, dopo un quarto d’ora, il canestro era vuoto, e lo scimmiottino era pieno, da non poterne più.

“Ora poi me ne vado davvero”, disse alzandosi da tavola con grandissima fretta.

Ma nel mentre che stava armeggiando per levarsi di dosso la giubbettina, il cameriere si presentò in sala con un magnifico vassoio di melagrane.

“Che odorino!”, gridò Pipì, annusando e lasciando gli occhi sul vassoio delle frutta. “O quelle melagrane per chi sono?”

“Erano per la tua colazione di domani. Ma ormai tu parti, e le mangerò io.”

“Io… partirei volentieri, ma di notte non so camminare. O non sarebbe meglio che partissi domattina, dopo fatto colazione?”

“La tua camerina è già preparata. Buona notte.”

La mattina dopo, all’ora di colazione, lo scimmiottino si presentò puntualmente vestito con la giubba di panno nero: ma il signor Alfredo, dopo averlo squadrato da capo ai piedi, gli disse con accento vivace e risentito:

“Chi vi ha insegnato a presentarvi alla tavola di un gentiluomo, senza scarpe ai piedi e senza fazzoletto al collo? Andate subito a mettervi le scarpe e la cravatta.”

Pipì, confuso e mortificato, cominciò a grattarsi la testa e il naso, e piagnucolando disse:

“Ih… ih… ih… le scarpe mi fanno male… e il fazzoletto mi serra la gola. Piuttosto voglio andar via subito… voglio tornarmene a casa mia.”

“Levatevi dunque dalla mia presenza.”

Pipì si avviò mogio mogio verso la porta della sala: ma prima di uscire, si voltò per dare un’ultima occhiata al vassoio delle melagrane. Poi se ne andò.

“Questa volta è partito davvero”, disse Alfredo tutto afflitto. “E me ne dispiace. Gli volevo bene a quello scimmiottino. Che cosa dirà la mia buona fata, quando saprà che l’ho scacciato? Eppure, era lei che me l’aveva fatto capitare fin qui, proprio in casa, consigliandomi a prenderlo per mio segretario e per mio compagno di viaggio!… Ma oramai quel che è fatto, è fatto, e ci vuol pazienza.”

Mentre Alfredo parlava in questo modo fra sé e sé, gli parve che fosse bussato alla porta della sala e nel tempo stesso si udì una vocina di fuori che disse:

“Signor Alfredo, che mi ha chiamato?”

“Chi è?”, gridò il giovinetto rizzandosi in piedi.

“Sono io.”

La porta si aprì e comparve lo scimmiottino.

Aveva in piedi le sue scarpettine scollate e portava la testa ritta e impalata, perché il fazzoletto da collo, moltissimo inamidato, gli segava terribilmente la gola.

A quella vista inaspettata, è impossibile immaginarsi l’allegrezza di Alfredo. Andò incontro a Pipì, lo abbracciò, lo baciò, gli fece un mondo di carezze, come si farebbero a un carissimo amico, dopo vent’anni di lontananza.

Giurarono di non lasciarsi mai più e di fare insieme questo gran viaggio intorno alla terra.

Il bastimento sul quale dovevano imbarcarsi, era aspettato di giorno in giorno.

Finalmente il bastimento arrivò.

La sera della partenza, Alfredo e Pipì pranzarono insieme, come erano soliti di fare. E durante il pranzo parlarono di mille cose, dissero un visibilio di barzellette, e risero e stettero allegrissimi come due ragazzi alla vigilia delle vacanze autunnali.

Alzatisi da tavola, Alfredo disse guardando l’orologio:

“Il bastimento parte a mezzanotte. Dunque abbiamo appena un’ora di tempo per dare un’occhiata ai bauli e per vestirci tutti e due in abito da viaggio”.

In cinque minuti io son pronto, disse Pipì, e ballando e saltando entrò nella sua camerina.

E quando fu lì, cominciò subito a levarsi la giubbettina di panno nero per infilare una piccola giacca di tela bianca; invece delle scarpine calzò un paio di stivaletti a doppio suolo, e invece del solito cappello si ficcò in testa un elegante berrettino di seta celeste.

Poi andò a guardarsi allo specchio: ma nel mentre che se ne stava tutto contento, pavoneggiandosi e facendo con la bocca e con gli occhi mille versacci grotteschi, sentì un piccolo rumore, come se qualcuno di fuori si arrampicasse per salire fino alla sua finestra di camera.

Da principio ebbe una gran paura: ma, fattosi coraggio, aprì la finestra e vide… vide due zampe che lo abbracciarono stretto intorno al collo e intese una voce soffocata dalla consolazione e dalla gioia, che mugolava teneramente.

“Oh mio povero Pipì!… Finalmente ti ho ritrovato.”

 

 

6. Pipì mancando alla sua promessa, corre a far baldoria

 

Pipì riconobbe subito la voce di suo padre e tutto commosso gridò:

“Che cosa fate qui, babbo mio, a quest’ora?”

“È un mese che ti cerco da per tutto.”

“E la mia mamma, dov’è?”

“È laggiù!”

“Dove?”

“In fondo a questo campo.”

“E i miei fratellini?”

“Sono laggiù anche loro.”

“E che cosa fanno in fondo al campo?”

“Ti aspettano a braccia aperte.”

“Oh come li rivedrei volentieri!”

“Vieni dunque a vederli!”

“Se ci verrei!… Figuratevelo voi! Ma in questo momento non posso… proprio non posso…”

E dicendo così lo scimmiottino cominciò a piangere dirottamente e a graffiarsi per disperazione gli orecchi.

“E perché non puoi?”, gli domandò singhiozzando il vecchio genitore.

“Perché ho promesso a un amico…”

“E che promessa gli hai fatto?”

“Gli ho promesso di partire questa sera con lui, e di accompagnarlo in un gran viaggio che egli deve fare intorno al mondo.”

“E tu, per tener compagnia a un amico, avrai il coraggio di abbandonare la tua povera famiglia? Senza di te, noi moriremo tutti di dolore!”

“Oh! non dite così: se no mi metterete al punto di mancare alla promessa…”

“E a che ora dovresti partire?”

“Fra pochi minuti.”

“Vieni almeno a dire addio a’ tuoi fratelli, che ti aspettano in fondo al campo.”

“E se il signor Alfredo in questo frattempo mi chiamasse?”

“Chi è il signor Alfredo?”

“È l’amico.”

“Se ti chiama… e tu lascialo chiamare.”

“E se il bastimento partisse?…”

“E tu lascialo partire.”

Lo scimmiottino, tutto contento di aver trovato una buona scusa per non mantenere la sua promessa, rispose scotendo il capo:

“Sarà quel che sarà… A buon conto prima di partire per questo gran viaggio, voglio rivedere la mia mamma e i miei fratellini.”

Detto fatto, montò sulla finestra, e spiccando un gran salto, si buttò di sotto. Allora si sentì un tonfo, come quello di un grosso pietrone cascato in un fosso pieno d’acqua e di mota.

“Babbo mio, aiutatemi, se no son morto!” grido Pipì con urlo disperato.

Che cos’era avvenuto?

Era avvenuto che la terra di quel campo, a cagione delle grandi piogge dei giorni precedenti, era così rammollita e fangosa, che lo scimmiottino, cadendovi sopra, vi era rimasto affondato fino alla gola.

Per buona fortuna suo padre fece in tempo a salvarlo: ma quando Pipì uscì fuori dal pantano, non aveva più in piedi gli stivaletti. Gli stivaletti erano rimasti seppelliti un metro sotto terra.

“Pazienza!”, disse ridendo. “Me ne ricomprerò un altro paio, prima di montare sul bastimento.”

E senza stare a perder tempo, babbo e figliolo presero una viottola lungo il campo, e cominciarono a correre. Ma non avevano ancora fatto venti passi, che Pipì sentì volarsi al disopra della testa un uccello notturno, il quale con una beccata gli portò via il berrettino da viaggio.

“Uccellaccio del mal’augurio, rendimi subito il mio berretto”, urlò lo scimmiottino.

“Cucù!”, fece l’uccello, e continuò il suo volo.

“Pazienza! Mi ricomprerò un altro berrettino prima di montare sul bastimento.”

E babbo e figliolo ripresero a correre: ma sul più bello, un grosso pruno uscito dalla siepe, afferrò co’ suoi spunzoni i calzoncini e il giubbettino di Pipì, e li ridusse in minutissimi stracci.

“Ora eccomi qui senza calzoni e senza giubbettino!…”

“Pazienza!”, gli disse il suo babbo. “Te li ricomprerai prima di montare sul bastimento.”

“Oh povero me! povero me!”, gridò lo scimmiottino simulando un gran dispiacere. “Di tutto il mio bel vestiario da viaggio, non mi è rimasto altro che la camicia e il fazzoletto da collo.”

E nel dir così, fece l’atto di cercarsi la camicia, ma invece della camicia si trovò addosso un camiciotto di foglie d’ortica. Tastò con le mani per accertarsi se almeno il fazzoletto da collo c’era sempre, ma invece del fazzoletto sentì sgusciarsi fra le dita una serpe grossa come un’anguilla di mare.

 

 

7. Pipì comincia a pentirsi di aver mancato alla sua promessa

 

Il povero Pipì, nel toccar quella serpe, che si trovò avvoltolata al collo invece della cravatta, fu preso da uno spavento indicibile.

Avrebbe voluto urlare, ma la lingua gli era rimasta appiccicata al palato: avrebbe voluto correre e fuggir via, ma le gambe gli facevano giacomo-giacomo, ossia gli ciondolavano avanti e indietro, tale e quale come se fossero le gambe d’un morto, che si fosse provato a camminare.

Alla fine, non potendosi più reggere in piedi, si lasciò cascare per terra come un cencio, dicendo con un fil di voce:

“Muoio!…”.

“Che cosa ti senti?”, gli domandò suo padre, tutto sgomento.”

“Un gran male!…”

“E dove lo senti?”

“In tutta la persona.”

“E che male sarebbe?…”

“Il male della paura!…”

“Un gran brutto male, bambino mio: l’unico male per il quale i medici non abbiano saputo trovare ancora una medicina. Prova a farti un po’ di coraggio…”

“Ho provato.”

“E ora come ti par di stare?”

“Peggio di prima.”

“Ma qual è la cagione di tutto questo spavento?”

“Una gran disgrazia, babbo mio, sta per cascarmi addosso!”

“E come fai a saperlo?”

“Ho avuto, in pochi minuti, troppi indizi… troppi segnali. Vi ricordate i miei stivaletti nuovi rimasti affogati nella mota? E il giubbettino e i calzoni fatti in pezzi da quel dispettosaccio di pruno? E la camicia di tela fina diventata, tutt’a un tratto, di foglie di ortica? E quella brutta serpe, che or ora mi è scappata di mano? Eccola sempre lì, eccola sempre lì!… Guardatela!…”

“Chi?”

“La serpe…”

Il babbo di Pipì si voltò a guardare verso il punto indicato, e vide difatti in mezzo alla profonda oscurità della notte, una grossa serpe, che risplendeva tutta di vivissima luce rossa, come se fosse stata una serpe di cristallo, con in corpo un lampione acceso da tranvai.

La serpe, stando a collo ritto, teneva i suoi occhi fissi in quelli dello scimmiottino.

“Che cosa vuoi da me?”, gli domandò Pipì, facendosi un coraggio da leone.

“Vengo a portarti i saluti del signor Alfredo”, rispose la serpe.

“Povero signor Alfredo!… È forse partito per il suo viaggio?”

“È partito pochi minuti fa, e mi ha raccontato che tu avevi promesso di accompagnarlo.”

“È vero, è vero, è vero!… Domani forse partirò anch’io e spero di poterlo raggiungere in alto mare.”

“Speriamolo davvero! A buon conto, ricordati, scimmiottino mio bello, che quando si promette una cosa, bisogna mantenerla! Hai capito?”

Appena dette queste parole, la serpe sparì nel buio della notte e non si vide più.

Allora Pipì, tormentato in cuore da una specie di rimorso, fu quasi sul punto di dire addio a suo padre e di prendere la strada più corta, che menava alla spiaggia del mare: ma mentre stava lì per decidersi, vide lontano lontano alcune fiaccole accese, che si movevano in qua e in là, e sentì una musica allegra di pifferi, di tamburi e di mandolini.

“Che cos’è quella musica e quei lumi?”, domandò tutto meravigliato.

“Come? Non ti riesce d’indovinarlo?”

“No.”

“Sono i tuoi fratellini, che vengono a incontrarti con la fiaccolata e a suon di banda!…”

“Oh che piacere! Oh che bello spettacolo! Corriamo, babbo, corriamo…”

E tutti e due si dettero a correre lungo la viottola: e Pipì, che aveva riacquistata in un attimo la forza delle sue gambine svelte e sottili, non solo correva, ma si sarebbe detto che volava come un uccello.

E ora chi mi dà le parole adatte per descrivere la scena del primo incontro? Credetelo a me: fu una scena così affettuosa e commovente, che è impossibile immaginarsela senza averla veduta coi propri occhi. Basti dire che l’allegrezza dei quattro fratelli nel rivedere il loro fratellino minore, che oramai credevano perduto per sempre, fu così tempestosa e smodata, che gli saltarono addosso tutti insieme e ci corse poco che non lo soffocassero sotto un diluvio di baci, di abbracciamenti e di carezze.

Quand’ebbero sfogati gli affetti del loro cuore, cominciarono a strillare in coro: curacà! curacà! curacà! (nel dialetto familiare delle scimmie bisogna sapere che curacà vuol dire: a cena! a cena! a cena!). Detto fatto, si posero seduti per terra intorno a una gran cesta di pesche, di albicocche e di fichi d’India, e lì, ridendo, grattandosi e facendo con la bocca mille smorfie e mille versacci in segno di grande esultanza, mangiarono a più non posso, come se fossero digiuni da due settimane.

E non solo mangiarono, ma bevvero allegramente: e bevvero un certo liquore spiritoso, fatto d’uva rossa strizzata, che somigliava come due gocciole d’acqua al nostro vino. E ne bevvero così a spugna, che dopo mezz’ora, dormivano tutti e russavano come tante marmotte.

Quand’ecco che, sul più bello del sonno, furono svegliati da un’orribile voce che gridò: “Guai, a chi si muove!…”.

 

 

8. Il terribile assassino Golasecca e i suoi compagni. Golasecca si mette in tasca il povero Pipì e lo porta via

 

Lascio ora pensare a voi come rimanessero, quando, balzando in piedi e spalancando gli occhi, si videro circondati da una masnada di brutti figuri, neri come l’inchiostro e tutti armati di sciabole e di bastoni.

“Pover’a noi, siamo bell’e morti!”, gridarono gli scimmiottini.

“Che morti e non morti?”, replicò Pipì. “Per vostra regola, a morire c’è sempre tempo.”

“Ma chi saranno quei ceffi affumicati?”, domandò un di loro.

“Ci vuol poco a indovinarlo: saranno assassini” rispose un altro.

“E che cosa vogliono da noi?”

“Ci vorranno derubare.”

“Derubare?”, disse Pipì, ridendo. “Scusate, miei cari fratelli: quanti quattrini avete?”

“Nemmen’uno.”

“Allora il più ricco di tutti sono io…”

“O tu quanto hai?”

“A me”, rispose Pipì, “mi mancano solamente cinque centesimi per fare un soldo.” Poi continuò, grattandosi il naso: “Che assassini originali! Nessuno di loro ha il coraggio di farsi avanti”.

E diceva la verità.

Difatti, tutti que’ brutti figuri, che riuniti assieme formavano una specie di cerchio, se ne stavano lì ritti impalati, senza fare un gesto, senza batter occhio, senza brontolare una mezza parola.

Allora Pipì, avanzandosi in mezzo, disse con bella maniera:

“Scusino, signori assassini; che ci farebbero il piacere di lasciarci passare?”.

Nessuno rispose: nessuno fiatò.

“Grazie tante della loro cortesia”, soggiunse lo scimmiottino. “Debbono dunque sapere che noi siamo una povera famiglia: il babbo, la mamma, e cinque figlioli, e vorremmo tornare a casa nostra: che si contentano lor signori?”

Al solito, nessuna risposta.

“Ho capito: e grazie tante della loro cortesia. Su, babbo, da bravo! Poiché questi signori sono contenti, spiccate un bel salto, e passando loro di sopra al capo, andate ad aspettarci sulla strada.”

Lo scimmione fece il salto: e dopo lui, lo fece la moglie: poi i quattro figlioli.

“Ora tocca a me”, disse Pipì, che era rimasto solo in mezzo al cerchio formato dagli assassini: ma quando fu sul punto di prendere la rincorsa e di slanciarsi… che è, che non è… tutti quegli assassini diventarono così lunghi e così alti, che parevano tanti campanili.

“Pipì! Pipì!”, gridavano di fuori i suoi fratelli, chiamandolo con urli disperati.

Ma il povero scimmiottino non aveva più fiato di rispondere.

“Che cosa pensi di fare?”, gli domandò allora il capo della masnada, uscendo finalmente dal suo ostinato silenzio.

“Penso di tornarmene a casa mia…”

“T’inganni, povero Pipì! Tu non tornerai a casa.”

“Pazienza! Resterò qui.”

“Nemmeno: tu verrai con me…”

“Con lei?… Neanche se mi fa legare…”

“Tu verrai con me.”

“Neanche se mi regala cento panieri di ciliegie.”

“Tu verrai con me.”

“Neanche morto!”

Il capo della masnada, senza aggiungere altre parole, si chinò, e preso il povero scimmiottino per la collottola, se lo pose nella tasca della sua casacca. Poi abbottonò la tasca con tre bottoni, che parevano tre ruote da carrozza.

“Ora possiamo andare”, disse ai suoi compagni: e tutti insieme si avviarono verso la strada maestra.

È impossibile ridire la disperazione, i pianti e gli urli dei fratellini di Pipì. Lo chiamavano con acutissime grida: ma non ebbero altra consolazione che quella di vedere le zampettine del povero scimmiottino, che uscivano fuori dalla tasca del capo-masnada, e si movevano con una lestezza vertiginosa, come se volessero raccomandarsi e chiedere aiuto.

 

 

9. All’Osteria delle Mosche.

 

Quando gli assassini si furono allontanati una ventina di chilometri, il terribile Golasecca (era questo il soprannome del capo-masnada) si fermò in mezzo a un campo e, voltandosi ai suoi compagni, disse loro con una vociaccia roca, che pareva il brontolio d’un tuono lontano:

“Ora potete ritornarvene alla Capanna Nera. Aspettatemi là, e fra quattro o cinque giorni ci rivedremo”.

“Scusate, maestro”, gli domandò uno di quei brutti ceffi, “avete pensato a portare con voi qualche cosa da mangiare?”

“Non ho portato nulla.”

“Male! E se per la strada vi viene un po’ d’appetito?”

“Pazienza! Se non trovo altro, mi rassegnerò a mangiare questo scimmiottino, che ho qui in tasca.”

Il povero Pipì, udendo tali parole, cominciò dalla passione a grattarsi il naso e gli orecchi.

“Ma se voi mangiate lo scimmiottino”, riprese il solito brutto ceffo, “che cosa vi dirà la Fata dai capelli turchini?”

“La Fata non potrà farmi nessun rimprovero: perché io le ho promesso di portarglielo vivo o morto. In ogni caso se mi verrà voglia di mangiarmelo per la strada, serberò intatta la pelle, perché la Fata possa vederla con i propri occhi e accertarsi così che ho adempito lealmente i suoi comandi.”

“Avete ragione, maestro. Dunque buon viaggio e sollecito ritorno.”

Appena gli assassini ebbero preso congedo dal loro condottiero, si attaccarono sotto le braccia delle grandi ali di tela incerata e, spiccato il volo, si alzarono in aria con grandissimo fracasso, come un branco di corvi spaventati.

Golasecca, rimasto solo, seguitò il suo viaggio attraverso ai campi, ai fiumi, e alle boscaglie, senza fermarsi mai, mai, mai!

Dopo aver camminato due giorni e due notti, sentì uscire dalla tasca della sua giacca una vocina soffocata, che pareva venisse di sottoterra, la quale disse con tono di piagnisteo:

“Ho fame!… Ho tanta fame!”.

Golasecca, invece di rispondere, si accarezzò la sua lunghissima barba di caprone, e raddoppiando il passo, tirò diritto per i fatti suoi.

Ma dopo pochi minuti, ecco la solita vocina, che diceva raccomandandosi:

“Sor assassino, che mi darebbe un chicco d’uva, o una ciliegia, o anche una mezza pera solamente? Sono digiuno da tanti giorni, e sento che lo stomaco mi va via. Lo creda, sor assassino, ho una fame così grande, che la vedo anche al buio!…”.

“Se hai fame”, rispose Golasecca, ridendo di un riso sguaiato e canzonatore, “fruga nella mia tasca, e ci troverai tante ghiottonerie, da prendere un’indigestione.”

“Sono tre giorni che frugo: ma non mi riesce di trovarci nulla.”

“Allora mangia la fodera della mia tasca.”

“La prima fodera l’ho bell’e mangiata: la seconda è troppo dura e non mi riesce di roderla.”

“L’hai mangiata davvero?”, urlò Golasecca, andando su tutte le furie. “Brutto scimmiottino! Lasciami arrivare all’Osteria delle Mosche, e non dubitare che aggiusteremo i nostri conti!…”

Intanto si era fatto notte.

E che notte orribile e indiavolata! Il cielo appariva tutto coperto di nuvoloni; lampeggiava e tonava: e gli alberi della foresta, sbatacchiati da un violentissimo vento, si divincolavano, cigolavano e urlavano, come tante anime disperate.

A mezzanotte in punto, Golasecca arrivò dinanzi all’Osteria delle Mosche: ma l’osteria era chiusa.

Picchiò alla porta una volta, due volte, tre volte: e nessuno rispose.

Allora, con quanto fiato aveva ne’ polmoni, si diè a gridare:

“Apri, Moccolino!… Apri!… Sono io!”.

Moccolino era il nome dell’oste; e tutti lo chiamavano così, perché a cagione della sua figura sottile sottile, lunga lunga, e sbiancata sbiancata, somigliava tale e quale a un moccolino di cera gialla.

La sua osteria stava aperta solamente di giorno. Appena si faceva notte, Moccolino a scanso di seccature e di dispiaceri, chiudeva prudentemente la porta, spengeva il fornello e i lumi e se ne andava a letto.

E una volta entrato a letto, non apriva più a nessuno, anche se fosse rovinato il mondo. Dato il caso che qualche disgraziato, smarritosi di nottetempo nella foresta, avesse bussato all’osteria, Moccolino non se ne dava per inteso: o dormiva o faceva finta di dormire.

Quando Golasecca si accorse che l’oste, prendendosi gioco di lui, si ostinava a non volergli aprire, che cosa fece? Cominciò a distendere le braccia e le gambe, e a furia di distendersi e di allungarsi, diventò di una statura così alta e gigantesca, che il tetto dell’osteria gli arrivava appena a mezza vita.

Allora, lavorando con tutte e due le mani, si dette a scoperchiare il tetto; e i mattoni, gli embrici e i tegoli volavano via, come foglie portate dal vento.

Moccolino, impaurito da tutto quel fracasso infernale, cacciò il capo fuori delle lenzuola, e fingendo di essersi svegliato lì per lì, gridò con voce tremante:

“Chi è che mi chiama?”

“Sono io”, rispose Golasecca, piegandosi e infilando il capo dentro la buca che aveva aperta nel tetto.

Per l’appunto questa buca rispondeva nella stanza dove dormiva l’oste, il quale sentì gelarsi il sangue, quando al fioco chiarore del lumino da notte, vide affacciata al soffitto della sua camera la minacciosa ghigna del terribile capo-masnada.

“Che cosa volete da me, maestro Golasecca?”, domandò Moccolino, che dallo spavento non aveva più fiato in corpo.

“Che cosa voglio?… Voglio prenderti per un ciuffo dei capelli e scagliarti lontano mille miglia.”

“Deh! non lo fate!… Abbiate pietà di me.”

“Non meriti pietà.”

“Abbiate almeno pietà del mio bambino. Povero Guiduccio! Se rimanesse solo in questa casa, me lo mangerebbero i lupi.”

“No, no… io non voglio essere mangiato… dai lupi”, disse fra il sonno il figlioletto dell’oste, che dormiva nella stessa camera del babbo, in un lettino a parte.

Alle parole di quel bambino, Golasecca mutò fisonomia: e preso un tono di voce un po’ più umano, disse all’oste:

“Su da bravo! Salta subito il letto e preparami da cena.”

Moccolino ubbidì alla prima: ma era tanta la paura e la confusione che aveva addosso, che non sapeva nemmeno lui come fare a vestirsi. Credé di aver preso le calze, e invece si ostinava a infilare i piedi nel berretto da notte. Accortosi dell’errore, si messe le scarpe, e sopra alle scarpe infilò le calze. Poi infilò la giacchetta, e sulla giacchetta la camicia, e sulla camicia la sottoveste, finché trovandosi in mano i calzoni e non rammentandosi più a che cosa servivano, li ripiegò perbene e li chiuse dentro l’armadio.

Scese quindi al pianterreno e aprì la porta dell’osteria.

Golasecca, che aveva ripresa la statura d’un uomo comune, entrò dentro scotendosi i panni che gocciolavano: e postosi a sedere dinanzi a una tavola apparecchiata, domandò all’oste:

“Che cosa mi dai per cena?”.

“Tutto quello che desidera Vostra Signoria. Non deve far altro che comandare.”

“Che cosa c’è di carne?”

“Nulla di carne.”

“E di formaggio?”

“Nulla di formaggio.”

“E di pane?”

“Nulla di pane.”

“Che cosa posso dunque mangiare?”, domandò l’assassino, tentennando il capo e cominciando a perdere la pazienza.

“Se Vostra Signoria desidera della frutta…”

“Che cos’hai di frutta?”

“Ciliegie, mandorle e pesche.”

“Dammi un bel piatto di pesche.”

“E a me, un bel piatto di ciliegie”, disse una vocina, che uscì dalle tasche del vestito di Golasecca.

“Chi è che ha chiesto le ciliegie?”, balbettò l’oste, tutto impaurito e maravigliato.

“Sono io”, rispose la solita vocina.

“Non dubitare”, interruppe Golasecca, e digrignando i denti, “non dubitare, Pipì, che le ciliegie te le darò io… e ti darò qualcos’altro! A buon conto, esci subito fuori, e facciamo i nostri conti.”

“Così dicendo, il capo-masnada sbottonò la tasca della sua giacca, e lo scimmiottino, senza tanti complimenti, saltò in mezzo alla tavola e si pose a sedere sopra una zuppiera di porcellana.

 

 

10. Come andò che Nanni, il gatto dell’Osteria delle Mosche, prese il posto di Pipì nella tasca dell’assassino

 

Allora Golasecca voltandosi a Pipì con un cipiglio da far paura, gli domandò:

“Chi è che ha mangiato la fodera della mia tasca?.”

Lo scimmiottino, come se non dicessero a lui, cominciò a guardare in qua e in là: ma poi, fissando i suoi occhietti mobilissimi e irrequieti in faccia al capo-masnada, disse con voce carezzevole:

“Vi contentate, sor assassino, che vi parli sinceramente? Io non ho veduto mai una barba così bella come la vostra! Voi avete la più bella barba del mondo!”.

“Lasciamo star la barba e rispondiamo a tono: chi è che ha mangiato la fodera della mia tasca?”

“E se fosse la barba solamente, vorrebbe dir poco”, soggiunse lo scimmiottino. “Egli è che tutti dicono che voi siete la più buona pasta d’uomo di questo mondo! Un vero cuor di Cesare! La perfetta cortesia travestita da brigante!…”

“Lasciamo stare il buon cuore e la cortesia: chi è che ha mangiato la fodera della mia tasca?”

“E se foste buono soltanto, sarebbe poco o nulla: egli è che siete anche bello! Volete che ve lo dica? Degli uomini belli ne ho veduti dimolti; ma un uomo bello come voi, non l’ho visto mai!”

“Bisognava avermi visto trent’anni fa!”, replicò Golasecca lisciandosi i baffi e il barbone e ingegnandosi di apparire grazioso. “Allora ero bello davvero! Eh, Moccolino? Ditelo voi.”

“La prima volta, che vi ho conosciuto io, eravate un sole! un sole di mezzogiorno!”, rispose l’oste.

“Oggi siete un sole sul tramonto!”, soggiunse Pipì, “ma un tramonto magnifico! un tramonto che val più di un’aurora!…”

“Mi avvedo, caro scimmiottino, che tu hai molto spirito e molto ingegno: e per questo ti voglio bene” disse Golasecca commosso. “Scendi giù dalla zuppiera e vieni a sederti accanto a me. Ceneremo insieme. Moccolino! Porta subito in tavola un piatto di pesche e un piatto di ciliegie per il mio amico Pipì. L’amico Pipì è uno scimmiottino sincero e amante della verità, e se per caso incontra un uomo veramente bello, non ha nessuna paura a dirgli in viso: “Tu sei il più bell’uomo di questo mondo!””.

Fatto sta che mangiarono tutt’e due con grande appetito: e la cena fu piuttosto lunghetta.

Sul finir della cena, lo scimmiottino domandò al capo-masnada:

“Se non fossi troppo indiscreto, potrei sapere dove volete portarmi?”.

“A casa della Fata dai capelli turchini.”

“E che vuole da me questa buona donna?”

“Essa è adirata.”

“E la ragione?”

“Perché dice che tu avevi promesso di accompagnare il suo figlio Alfredo in un lungo viaggio: e che poi hai mancato alla tua promessa.”

“Quanto è lontana di qui la casa della Fata?”

“Più di mille chilometri.”

“Io non ci voglio venire.”

“Padrone tu di non volerci venire” rispose Golasecca, facendosi serio “ma io ti ci porterò per forza!”

“Voi non mi ci porterete…”

“Perché?”

“Perché io scapperò!”

“Scapperai?”, urlò l’assassino, mugghiando come un toro ferito. “A buon conto, rientra subito dentro la mia tasca, e domani all’alba partiremo.”

Così dicendo, Golasecca abbrancò con una mano lo scimmiottino e lo ripose al buio, assicurando la tasca con quei soliti tre bottoni grandi e spropositati, come tre ruote da carrozza. Poi, cavatasi la giacca, la gettò sopra una sedia: e appoggiando il capo al muro, disse a Moccolino:

“Io farò un sonnellino su questa panca: e tu bada bene all’alba di venirmi a svegliare.”

“Dormite tranquillo”, rispose l’oste: e presa la candela, se ne tornò su, nella sua cameretta.

Ora bisogna sapere che Golasecca aveva un bruttissimo vizio: quello cioè di russare: e russando, faceva con la bocca un certo fischio lamentevole e prolungato, come quello che fanno gli uccellini quando vedono calare il falco.

Nel sentir questo fischio, Nanni, il bellissimo gatto soriano di Moccolino, entrò in punta di piedi nella stanza, annusando qua e là, forse con la speranza di trovare qualche uccelletto scappato di gabbia.

Ma, invece dell’uccelletto, trovò una giacca sopra una seggiola, e sentì che dalla tasca della giacca usciva un calduccino e uno strano odorino di carne.

“Che animale ci sia rinchiuso qui dentro?”, cominciò allora a dire fra sé: “Un topino, no dicerto: perché sarebbe troppo grosso. Forse un pezzo di vitella arrosto? Nemmeno, perché questo non è odore di carne cotta. O dunque?…”.

E tornò ad annusare: e dopo avere annusato e annusato, quell’odore era per lui come un libro stampato: non ci capiva nulla.

Ma intanto che stava lì almanaccando e leccandosi le basette, gli parve di udire un piccolissimo rumore. Rizzò subito gli orecchi e postosi in ascolto, sentì dentro la tasca un canto fioco fioco, che fece:

Chicchirichì!”.

“È un galletto”, disse allora Nanni, miagolando dalla gran contentezza, “è un galletto di certo. L’odore veramente non parrebbe di carne gallinacea; ma questi gallettacci sono così furbi e traditori!… Mi ricordo sempre che una volta sul palcoscenico d’un teatro, portai via un galletto cotto in umido con le patate; e, nell’andare a casa, mi diventò ripieno di stoppa, di borraccina e di altre porcherie.”

Chicchirichì!”, si udì fare una seconda volta.

“Mi chiami, eh?”, disse Nanni dentro di sé. “Ora vengo subito a trovarti; non dubitare. È tanti giorni che mi tocca a mangiar lucertole e grilli!… Un po’ di carne di galletto mi rimetterà lo stomaco a nuovo!”

E cominciò a lavorare di unghie e di denti per aprire i bottoni della tasca.

Appena, però, ne ebbe aperto uno, vide saltar fuori uno scimmiottino tutto garbato e complimentoso, il quale gli disse: “Ho sentito, mio caro gatto soriano, che tu desideri di mangiare un po’ di carne di galletto: ed è per farti piacere che ti ho lasciato in fondo a quella tasca un mezzo gallettino di primo canto. Se vuoi cavarti questa voglia, entra dentro, e buon appetito”.

Nanni, senza farsi ripetere l’invito, entrò di corsa nella tasca: ma non era ancora finito d’entrare, che il bottone della tasca si richiuse subito sopra di lui.

“Ci sei dentro? e tu stacci!”, disse Pipì, stropicciandosi tutt’allegro le zampe davanti. “E mentre che tu, povero Nanni, cerchi nella tasca il gallettino di primo canto… che non c’è stato mai, io me ne anderò lontano di qui… e tanti saluti a casa.”

Quando lo scimmiottino ebbe borbottato fra i denti queste parole, aprì pian piano la porta dell’osteria e disparve fra gli alberi foltissimi della foresta.

Per l’appunto quella notte era una nebbia così fitta, che non ci si vedeva da qui a lì.

 

 

11. Golasecca, dopo essere stato accecato, ritrova lo Scimmiottino color di rosa

 

Lo scimmiottino poteva essersi allontanato dall’Osteria delle Mosche appena un cento di passi, quando l’oste Moccolino, saltando giù dal letto e affacciandosi a capo della scala, gridò con quanta ne aveva in gola:

“Ehi, maestro Golasecca, se volete partire, spicciatevi, perché fra poco è giorno!”.

“Me ne vado subito”, replicò il capo-masnada, “e la cena ve la pagherò al mio ritorno.”

“Padron mio riveritissimo! Buon viaggio e scarpe larghe!”

Golasecca cercò al buio la sua giacca: e dopo averla trovata e messa addosso, portò subito la mano sulla tasca per assicurarsi dello scimmiottino.

Ma nel far questa mossa, cacciò un grido acutissimo di dolore, sentendosi portar via la pelle della mano da una terribile unghiata.

“Brigante d’uno scimmiotto! Ti diverti anche a graffiarmi? Guai a te se ti provi a ripetere lo scherzo! Faccio giuro di strapparti le unghie a una a una!…”

E così dicendo, uscì dall’osteria, e chiuse la porta dietro di sé.

Dopo aver fatto tre ore di strada, tornò a guardarsi la mano, e vide che la mano sanguinava sempre. Allora andò su tutte le furie, e tanto per avere un po’ di sfogo, tirò sulla tasca un solennissimo pugno.

Gnaoooo!”, gridò di dentro una voce, con miagolìo lamentevole.

“Ah! ti prendi gioco di me? Ti diverti a farmi il verso del gatto?… To’! Allora prendi anche questo!”

E giù un secondo pugno, più forte del primo.

Gnaooo… gnaooo… gnaooo…”, ripeté la solita voce con un miagolìo bizzoso e arrabbiato.

“Dunque non vuoi smettere? Non vuoi farla finita?”

E stava già per lasciar cascare il terzo pugno, quando, invece si diè a guaire come un can frustato, a cagione di un’altra unghiata traditora, che gli aveva lacerato tutto il fianco in modo da far compassione.

Allora Golasecca, fuori di sé dal dolore, perse la pazienza: e tirate fuori un paio di forbici arrotate, borbottò minacciosamente fra i denti:

“Ora, ora ti guarisco io dalla malattia delle unghie. Da oggi in là, brutto scimmiottino, sta’ pur sicuro che non graffierai nemmeno la pappa bollita!”.

E levatasi la giacca, e sbottonati i bottoni della tasca, si preparava a ficcarci dentro le mani… quando tutt’a un tratto, uscì fuori un grosso gatto soriano, che avventatosi colle zampe agli occhi del capo-masnada, non c’era verso che volesse staccarsi. Era Nanni, il gatto dell’oste Moccolino. Alla fine si staccò, e fuggì via per i campi.

Golasecca, urlando dalla rabbia e dallo spasimo, avrebbe voluto inseguirlo: ma lo sciagurato non ci vedeva più! I feroci unghioli del gatto lo avevano accecato!

Golasecca vagò per cento giorni e cento notti in mezzo ai boschi, senza incontrar mai un pastore o un taglialegna, da potergli domandare la strada per ritornare a casa. Una volta, quando i lupi lo vedevano di lontano, se la davano a gambe per la gran paura che avevano di lui: ora sapendolo cieco, e incapace di difendersi, gli facevano mille lazzi e mille dispetti. Una volta, gli uccelli e le lepri, all’avvicinarsi di questo spaventoso cacciatore, sparivano come tante ombre: ora gli stessi passerotti, perfino i passerotti di nido, passandogli accanto, gli sbattevano per divertimento le loro ali sul naso, e le lepri e i leprottini gli ballavano fra i piedi la polca e la tarantella. Che bel coraggio! e che bella bravura non è vero, miei piccoli lettori?… Eppure è così: anche fra i ragazzi, se ne trovano pur troppo di questi passerotti e di questi leprottini, che si prendono mille confidenze sguaiate con tutti quegli infelici, che per ragione di età e di malanni non possono più difendersi né farsi rispettare.

Fatto sta che, una notte, mentre Golasecca andava giù per una viottola, fra gli alberi altissimi della foresta, cercando al tasto chiocciole e lumache per mettere insieme un po’ di cena, si trovò sbarrata la strada dal muro di una piccola casa. Bussò, tutto contento, alla porta.

“Chi è?”, domandò una voce di dentro.

“Sono un povero cieco, smarrito nel bosco, che cerca un po’ di ricovero per passar la nottata.”

“Povero ciechino! Entrate pure!”, ripeté quella voce: e la porta si aprì.

Lascio ora pensare a voi come rimase il nostro amico Pipì, quando si accorse di aver ricevuto in casa il suo tremendo persecutore.

 

 

12. Pipì è fatto imperatore

 

Come mai Pipì si trovava in quella casina solitaria, framezzo ai boschi? Che cos’era stato di lui, dopo la sua famosa fuga dall’Osteria delle Mosche?

Per rispondere a queste domande bisogna ritornare un passo indietro.

Dovete dunque sapere che lo scimmiottino, appena ebbe rinchiuso a tradimento il povero Nanni nella tasca di Golasecca, si diè a fuggire attraverso gli alberi della foresta, senza curarsi dove sarebbe andato a battere il capo. Il desiderio acutissimo che lo pungeva, era quello di trovare la strada che doveva ricondurlo a casa: ma, invece, correva all’impazzata di qua e di là, dove le gambe e la paura lo portavano. Ad ogni soffio di vento e ad ogni stormir di foglie, gli pareva sempre di aver dietro ai calcagni il terribile capo-masnada, col gatto in tasca. Alla fine, sul far del giorno, incontrò una tribù intera di scimmie, che urlavano, strillavano e si picchiavano fra di loro. Informatosi della cagione di tanto diavoleto, venne a sapere che la tribù era adunata per eleggere il proprio imperatore.

Allora Pipì, entrato in mezzo alla folla, accennò di voler parlare.

Si fece subito un gran silenzio: e Pipì prese a dire così:

“Miei carissimi confratelli! Sento che volete eleggervi un capo, e che a questo capo volete dare il titolo d’imperatore. Fin qui, nulla di male: perché oramai si sa che tutti i gusti son gusti, come diceva quel filosofo, che provava piacere a farsi pestare i piedi. Ma finora, fra quanti siamo qui presenti, non ne vedo che uno solo, il quale sia veramente degno di essere nominato imperatore…”.

“Chi sarebbe mai questo tale? Pronunzia subito il suo nome”, urlarono mille voci.

Pipì abbassò gli occhi, e non rispose nulla.

“Chi sarebbe questo tale?”, ripeterono le solite voci, urlando più forte. “Vogliamo sapere il nome… il nome… il nome!…”

“Volete proprio saperlo?”, disse allora Pipì. “Mi dispiace doverlo confessare in pubblico: ma l’unico che sia degno di essere eletto imperatore… sono io!…”

“Viva Pipì! Viva il nostro imperatore! Viva l’imperatore di tutte le scimmie!”, gridò quella immensa folla entusiasmandosi e battendo le mani.

Fu portata subito in mezzo alla piazzetta una vecchia seggiola impagliata che, veduta di dietro somigliava moltissimo a un trono imperiale: e Pipì vi si assise sopra con sussiego e maestà.

Intanto una numerosa fanfara musicale, composta di cento cembali e di cento corni di bove, cominciò a sonare l’inno dell’incoronazione.

Quattro scimmiotti, vestiti da paggi, presentarono al nuovo imperatore un bel vassoio tessuto di giunchi, sul quale vedevasi la corona e lo scettro imperiale.

La corona era fatta di mele lazzarole infilate in un cerchietto di ferro: e lo scettro era una canna di zucchero bell’e candito.

Pipì prese la corona dal vassoio, e dopo averla con molta dignità annusata, se la pose in capo. Quindi afferrò lo scettro, e non potendo reggere alla tentazione, cominciò a succiarlo e a masticarlo: ma, per buona fortuna, uno scimmiotto, che era lì accanto e che faceva da cerimoniere, gli dette nel gomito per avvertirlo dell’atto sconveniente. Allora il nuovo imperatore smesse subito di succiare; e per rimediare allo scandalo dato, pensò bene di durare un quarto d’ora a leccarsi le dita.

In quel mentre, si fecero avanti sedici scimmioni, che portavano sulle spalle una magnifica lettiga, adorna di foglie, di fiori e di bellissime frutta.

La scimmia, che faceva la parte di gran cerimoniere, dopo avere strisciato due profondi inchini, disse rispettosamente al nuovo imperatore:

“Maestà, su, da bravo! Ora tocca a voi”.

“Tocca a me? E che cosa debbo fare?”

“Per amore o per forza, degnatevi di saltare su quella lettiga.”

“E quando sarò saltato lassù, dove mi condurrete?”

“Al palazzo imperiale, dov’è la vostra residenza e il vostro letto.”

Pipì, a queste parole, fece una certa smorfia, che tradotta in lingua parlata, pareva che volesse significare: “A dir la verità, io dormirei più volentieri sopra un ramo d’albero, come ho fatto finora, che sopra un letto imperiale”. Tant’è vero che rivoltosi al gran cerimoniere gli domandò con tono agro-dolce:

“Scusate, amico: io sono il vostro imperatore, non è vero?”.

“Verissimo.”

“E che cosa vuol dire imperatore?”

“Vuol dire che voi siete una scimmia, che comandate a tutte le altre scimmie, e che ogni vostro cenno e desiderio dev’essere immediatamente obbedito.”

“Quand’è così, dichiaro francamente che, invece di andare in lettiga, preferisco di camminare a piedi.”

“Mi dispiace, Maestà: ma voi non potete farlo.”

“Perché non posso farlo?”

“Perché un imperatore, che cammina a piedi, non è più un imperatore. Camminando a piedi, diventa una scimmia come tutte le altre scimmie.”

“Eppure avete detto che ogni mio desiderio dev’essere contentato.”

“Verissimo. Ricordatevi però, Maestà, che la più bella prerogativa che abbiano i regnanti, è quella di non poter far nulla a modo loro.”

“Ho capito, e vi ringrazio”, disse Pipì. E, spiccato un salto, andò a sedersi sulla lettiga.

La fanfara, allora, cominciò a sonare alla viv’aria, e l’immenso corteggio si mosse con grand’ordine e con solennissima pompa.

Giunto al palazzo, l’imperatore si assise subito ad una tavola bell’e apparecchiata nella gran sala da pranzo. Il povero Pipì, sebbene fosse diventato imperatore, aveva un appetito che somigliava moltissimo alla fame, come un fratello potrebbe somigliare a una sorella: ma non riuscì a contentare il brontolio del suo stomaco, perché i vassoi pieni d’ogni ghiottoneria, appena portati in tavola, erano subito vuotati e spolverati dai commensali, che gli facevano corona.

“Il pranzo finì: e lo scimmiottino aveva più fame di prima.”

“Pazienza!”, disse fra sé e sé. “Ora me ne anderò a letto, e dormendo, mi dimenticherò che non ho mangiato.”

Detto fatto, entrò nella camera imperiale: e dopo poco russava come un ghiro.

Quand’ecco che sul più bello, si trovò svegliato da una sinfonia indiavolata di cembali e di corni e da migliaia e migliaia di voci, che gridavano:

“Viva l’imperatore! Fuori l’imperatore!”.

“Maestà”, disse il gran cerimoniere, entrando in camera, “alzatevi e affacciatevi al balcone. I vostri sudditi vogliono vedervi.”

“Peccato!”, brontolò Pipì, stropicciandosi gli occhi. “Dormivo così bene!”

E sbadigliando e barcollando si affacciò al balcone.

“Viva il nostro imperatore!”, gridò novamente quell’immensa folla di scimmiotti radunati sotto le finestre della reggia.

“Grazie, amici”, rispose Pipì, dimenando la testa in atto di salutare. “Sento che avete una bellissima voce, e me ne rallegro tanto con voi. E non avendo altro da dirvi, buona notte e ci rivedremo domani.”

A queste parole, la folla si sciolse tranquillamente, e Pipì tornò ad accovacciarsi sul suo letto imperiale.

Ma in quel mentre che stava lì per riprendere il sonno, ecco una nuova sinfonia di corni, di cembali e di urli popolari.

“Che cos’è stato?”, domandò alzando il capo.

“Maestà”, rispose il gran cerimoniere, entrando in camera “i vostri sudditi desiderano vedervi un’altra volta. Degnatevi affacciarvi al balcone.”

“Eccomi subito”, disse Pipì. “Pregate intanto i miei amici a concedermi un minuto di tempo, tanto che io possa lavarmi il viso.”

Passò un minuto, ne passarono due, cinque, venti, e l’imperatore non si vedeva apparire.

Andarono allora a cercarlo in camera, e non lo trovarono più. L’imperatore era sparito.

 

 

13. Pipì riceve una lezione dal coniglio

 

Che cos’è stato dell’imperatore Pipì? Nessuno l’aveva veduto: nessuno sapeva darne contezza. Che fosse fuggito via da qualche finestra? Impossibile: perché le finestre, riscontrate a una a una, furono trovate tutte chiuse dalla parte di dentro. Dunque?…

Fatto sta, che lo cercavano da per tutto. Lo cercarono nell’armadio di camera, nella dispensa della sala da pranzo, nelle stanze di guardaroba, nei sottoscala, in tutti gli sgabuzzini e perfino nelle cantine del palazzo: ma inutilmente. Alla fine, fruga di qui, guarda di là, a qualcuno venne in capo l’idea di dare un’occhiata sotto il letto imperiale. Volete crederlo? Sissignori: l’imperatore era per l’appunto nascosto sotto il letto e se la dormiva saporitamente. Quale scandalo! Quale orrore!…

“Sire! Che cosa fate costì?”, gli domandò il gran cerimoniere, pigliandolo rispettosamente per un orecchio.

“Dormo”, rispose Pipì, sbadigliando e allungandosi.

“Svegliatevi, e rizzatevi subito in piedi! Non vi vergognate?”

“A dir la verità, quando ho sonno davvero non mi sono mai vergognato a dormire.”

“Ma perché addormentarsi in quel luogo? Dov’è, o Sire, la vostra dignità imperiale?”

“L’avrò forse dimenticata sotto il letto”, rispose ingenuamente Pipì, il quale non sapeva che cosa fosse questa dignità tanto decantata.

Poi, chiamando in disparte il gran cerimoniere, gli bisbigliò in un orecchio:

“Volete, amico, che vi parli francamente? Avevo creduto finora che il far da imperatore fosse il più bel mestiere di questo mondo: ma oggi mi avvedo pur troppo di essermi ingannato. Oh fortunati gli scimmiottini che si contentano di rimanere semplici e modesti scimmiottini per tutta la vita! Almeno potranno levarsi il gusto di mangiare, quando hanno fame, di dormire quando hanno sonno, e sul più bello del sonno nessuno verrà mai a svegliarli, per costringerli a ringraziare dal balcone una folla di sfaccendati, che non hanno voglia di andare a letto”.

Nel tempo che Pipì faceva questa confidenza intima al gran cerimoniere, il cielo s’era fatto nero come la cappa del camino, e l’acqua veniva giù a catinelle.

Allora si sentì sotto le finestre del palazzo imperiale uno strombettio di fanfare e un baccano di voci e strilli scimmiotteschi, che gridavano:

“Vogliamo il sole! Vogliamo il bel tempo!… Se no, abbasso l’imperatore!…”.

“Amici miei”, disse Pipì affacciandosi al balcone e parlando alla folla delle scimmie radunate in piazza. “Amici miei; come volete che io faccia a darvi il sole e il bel tempo, finché dura quest’acquazzone che pare un diluvio?”

“No, no! Vogliamo il sole a ogni costo, e lo vogliamo subito!”

“Confidate in me!”, soggiunse Pipì. “Appena la pioggia cesserà e il tempo si rimetterà al buono, io prometto di darvi il sole e il bel tempo.”

Poche ore dopo, neanche a farlo apposta, la pioggia cessò e venne fuori un bellissimo sole.

Ma quando gli scimmiotti si accorsero che il sole scottava troppo, chiamarono le fanfare e recatisi dinanzi al palazzo dell’imperatore, presero a gridare:

“Vogliamo l’acqua! Vogliamo la pioggia!”.

Pipì, annoiato da questa storia, aveva fatto giuro di non affacciarsi: ma poi sentendo che gli urli raddoppiavano sempre più, cacciò fuori il capo e disse:

“Volete proprio la pioggia?”.

“Sì, sì! Vogliamo la pioggia, se no, abbasso l’imperatore!”

“Aspettatemi allora costì, e fra un minuto vi manderò la pioggia desiderata.”

A queste parole tenne dietro un gran battìo di mani e il suono della marcia imperiale. Detto fatto, dopo pochi minuti, Pipì si affacciò novamente al balcone, gridando:

“Eccovi la pioggia: e chi ne vuol di più, se la vada a prendere alla fontana!”. E nel dir così, rovesciò sul capo dei dimostranti una gran catinella d’acqua.

Impossibile immaginarsi il tumulto che ne avvenne. Il palazzo fu invaso e preso d’assalto. Si cercò l’imperatore per tutte le stanze: ma non si riuscì a trovarlo. Che cosa rimaneva da fare? Non trovando l’imperatore, la folla dové contentarsi di bastonare il gran cerimoniere. È sempre così! Nelle cose di questo mondo ne soffre sempre il giusto per il peccatore!

Intanto Pipì, scappato di nascosto da una porticciola segreta, che restava dietro il palazzo, si era dato a correre per le viottole della boscaglia, come se avesse avute le ali ai piedi. E dopo aver corso due giornate intere, trovò in mezzo agli alberi una piccola casa senza finestre.

Sulla porta della casa c’era seduto un bel coniglio che aveva il pelame turchino (come i capelli della Fata): il quale, vedendo Pipì, si alzò da sedere e lo salutò garbatamente, portandosi la zampa destra all’altezza del capo, a uso del saluto militare.

“Che cosa fai costì, mio bellissimo coniglio?”, gli domandò lo scimmiottino.

“Stavo appunto aspettando Vostra Signoria.”

“Chi è questa Vostra Signoria?”

“È lei.”

“Sono io? Ah intendo, intendo! Compatiscimi, amico; perché i poveri, come me, quando sentono darsi di Vostra Signoria, credono sempre che si parli di qualcun altro. Non avresti per caso da offrirmi un po’ da mangiare e un po’ da dormire?”

“Si degni di passar dentro, e troverà l’uno e l’altro.”

Pipì, com’è facile figurarselo, accettò di gran cuore l’invito: e appena messo il piede sulla soglia di casa, vide nella stanza terrena una tavola apparecchiata e una materassina ripiena di penne di uccello, distesa per terra.

Senza far complimenti, si pose subito a tavola, e dopo aver divorato in un attimo un piatto intero di nespole e di fichi verdini, principiò a dire sospirando: “Ho sofferto tanto, amico mio! La mia vita è tutta un’iliade…”.

“Che cosa vuol dire iliade?”

“Non so nemmen’io e non m’importa di saperlo. Io sono come certi ragazzi figlioli degli uomini: ripeto a caso quel che sento dire e non mi curo d’altro.”

“Non mi pare una cosa fatta bene.”

“Pazienza! Cercherò di correggermi! Se tu conoscessi però tutte le mie disgrazie!…”

“Le conosco.”

“Come fai a conoscerle?”, domandò lo scimmiottino maravigliato.

“Le ho lette nel Giornalino dei Bambini, che si stampa a Roma. Scusi, signor Pipì, la mia curiosità: ma lei non aveva promesso al padroncino Alfredo di tenergli compagnia in un gran viaggio intorno al mondo?”

“Mi spiego: gliel’avevo promesso… e non glielo avevo promesso…”

“Come sarebbe a dire?”

“Mi spiegherò più chiaro. Devi sapere che io fui tentato a far quella promessa… lo sai da chi? dalla gola.”

“Cioè?”

“Il signor Alfredo, per sedurmi, mi fece portare in tavola delle frutta così belle e così saporite… che io, a quella vista…”

“Ho capito, ho capito”, disse il coniglio ridendo. “Lei fece su per giù come fanno certi ragazzi figliuoli degli uomini, i quali, pur di ottenere dai loro babbi e dalle loro mamme qualche ghiottoneria o qualche balocco, promettono di esser buoni, di studiare e di farsi onore alla scuola… e poi? E poi, appena ottenuta la grazia, dimenticano subito le belle promesse fatte e chi s’è visto, s’è visto: non è vero?”

“Ho paura, mio caro amico, che tu l’abbia indovinata.”

“Vuol sapere, signor Pipì, come diceva il mio nonno? Il mio nonno diceva sempre che “quando si promette una cosa, bisogna mantenerla, e che quelli che mancano alle promesse fatte, non meritano di essere rispettati dagli altri, né assistiti dalla fortuna”. Ha capito? Arrivedella, signor Pipì.”

E il coniglio, dopo queste parole, fuggì via come un baleno.

 

 

14. Pipì ritrova finalmente Alfredo e parte con lui

 

Intanto lo scimmiottino si persuadeva ogni giorno di più che quella casina fosse fatta apposta per lui: e dicerto vi sarebbe rimasto per tutto il resto della vita, se una sera, come già sapete, mosso a compassione di un ciechino che domandava per carità un po’ di ricovero, non avesse aperto la porta al suo terribile persecutore.

“Potrei sapere”, disse Golasecca, appoggiandosi con le spalle alla porta che aveva richiusa dietro di sé, “potrei sapere chi è quel pietoso benefattore, che si è degnato di ospitarmi?”

“Quel benefattore sono io”, rispose Pipì, alterando un poco la voce, per non essere riconosciuto.

“E voi come vi chiamate?”

“Mi chiamo… io!”

“Questa voce la riconosco!”, masticò il cieco fra i denti: quindi soggiunse:

“Ditemi, mio caro benefattore, avete mai veduto per questi dintorni uno scimmiottino color di rosa?”.

“Degli scimmiottini ne ho veduti dimolti: ma non erano color di rosa: erano tutti di un colore verde e giallo, come la frittata cogli spinaci.”

“Questa è la sua voce!… è lui dicerto!” “Fra questi scimmiottini ne avete per caso conosciuto qualcuno che avesse nome Pipì?”

“No!… anzi, sì… Mi pare di averne conosciuto uno. Ma quel Pipì era una birba matricolata… un vero malanno.”

“Pur troppo! Figuratevi che io gli avevo fatto un monte di carezze e l’avevo perfino tenuto a cena con me, alla mia tavola… e sapete come mi ricompensò? Mi ricompensò col saltarmi agli occhi a tradimento e coll’accecarmi, come se fossi un filunguello!”

“Questo poi non lo credo.”

“Non lo credete?”

“No. Pipì era una birba: ma non aveva il cuore così cattivo da commettere una simile scelleraggine.”

“Eppure è lui che mi ha accecato.”

“No, no, no.”

“Sì, sì, sì.”

“Credetelo, Golasecca, quello che vi ha accecato non sono stato io; sarà stato Nanni, il gatto di Moccolino.”

“Ah! finalmente ti sei scoperto!”, urlò il capo-masnada, con un grugnito di feroce allegrezza.

Pipì si pentì subito della sua imprudenza: ma oramai era tardi!

“Sono bell’e morto!”, disse girando gli occhi in cerca di una finestra per poter fuggire. Quella casina disgraziatamente non aveva finestre!

Intanto Golasecca, brancolando in qua e in là con le mani, riuscì a prendere lo scimmiottino: e dopo averlo acciuffato, lo legò con una catenella di ferro e se lo pose a cavalluccio sulle spalle.

Poi uscì di casa, e prese la prima straducola che gli capitò davanti ai piedi.

“Che mi conducete a morire?”, domandò il povero Pipì con un filo di voce che si sentiva appena.

“Fra poco te ne avvedrai! A buon conto, tu che hai gli occhi buoni, mi farai da guida lungo la strada.”

“Dove volete andare?”

“Dove le gambe mi portano.”

Camminando giorno e notte, fecero un lunghissimo tragitto senza fermarsi mai: finché una bella mattina si trovarono in una grossa città posta in riva al mare, e nel cui porto brulicavano cento e cento bastimenti a vapore.

Golasecca, sedutosi sopra una panchina lungo la spiaggia, cominciò a frugarsi tutte le tasche del vestito: ma non avendovi trovato nemmeno un soldo per comprarsi un boccon di pane, si volse verso Pipì che era mezzo morto di fame e di stanchezza, e gli domandò con garbo dispettoso:

“Dimmi, brutto scimmiotto, hai saputo mai far nulla nel tuo mondo?”.

“Vale a dire?”

“Vale a dire, sai cantare qualche canzonetta? Sai sonare qualche strumento? Sai fare i salti e le capriole? Sai mangiare la stoppa accesa?”

“La stoppa accesa”, rispose Pipì, “la lascio mangiare a voi. Io, però, so ballare benissimo la polca e so rifare con la bocca il suono della tromba e del violino.”

“Mi basta questo”, disse Golasecca: e senza mettere tempo in mezzo, con quella sua vociona, che pareva una cannonata, si diè a gridare sul pubblico passeggio:

“Avanti, avanti, signori! Vedranno il celebre Scimmiottino color-di-rosa, il quale ebbe l’onore di ballare al cospetto di tutti i regnanti, nonché, viceversa, delle principali Corti di genuino emisfero. Il mio scimmiottino balla, canta, suona e fa mille altre scioccherie, come potrebbe farle un uomo e qualunqu’altra bestia ragionevole. Avanti, avanti, signori! La spesa è piccola e il divertimento è grande”.

Dopo questa parlantina calorosa, ebbe principio lo spettacolo dinanzi a un pubblico numerosissimo e, come si suol dire, molto scelto e intelligente. Il nostro amico Pipì non solo piacque, ma fece furore: tant’è vero che gli spettatori, a furia di urlare e di gridar bravo, erano rimasti fiochi e senza voce.

Dopo finito lo spettacolo e sfollata la gente che si accalcava d’intorno, Golasecca sentì toccarsi in un braccio; e voltandosi burbanzosamente, si trovò dinanzi un bel giovinetto, in abito di viaggiatore, che gli domandò con graziosa maniera:

“È vostro quello scimmiottino?”.

“È mio!… pur troppo è mio!”

“Volete venderlo?”

“Magari! Con tutto il cuore!”

“Quanto ne volete?”

“Mille lire; se vi pare un prezzo capriccioso, sono qui per accomodarmi.”

“Eccovi mille lire: e lo scimmiottino è mio.”

Quando il giovinetto ebbe pagato, si volse allo scimmiottino, dicendogli:

“Non mi riconosci più?”.

“Altro se vi riconosco, mio caro signor Alfredo!… Vi riconosco e vi voglio sempre un gran bene.”

E il povero Pipì, dalla gran contentezza che sentiva nel cuore, cominciò a piangere come un bambino.

Quella sera medesima, il giovinetto Alfredo e lo scimmiottino (rivestito tutto da capo ai piedi, s’intende bene, come un bel signore) partirono insieme, sopra un bastimento della Società Rubattino per un lungo viaggio d’istruzione.

E quanto a me, confesso il vero, non mi farebbe nessuna meraviglia se, un giorno o l’altro, vedessi annunziato nel “Giornalino dei Bambini“, un racconto con questo titolo: Il Viaggio intorno al mondo, raccontato dallo Scimmiottino color di rosa. Negli annali della stampa, non sarebbe questo il primo caso di qualche scimmiotto che ha la sfacciataggine di far gemere i torchi, e, occorrendo, anche i torcolieri.

 

 

 

La festa di Natale

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

La storia che vi racconto oggi, non è una di quelle novelle, come se ne raccontano tante, ma è una storia vera, vera, vera.

Dovete dunque sapere che la Contessa Maria (una brava donna che io ho conosciuta benissimo, come conosco voi) era rimasta vedova con tre figli: due maschi e una bambina.

Il maggiore, di nome Luigino, poteva avere fra gli otto e i nove anni: Alberto, il secondo, ne finiva sette, e l’Ada, la minore di tutti, era entrata appena ne’ sei anni, sebbene a occhio ne dimostrasse di più, a causa della sua personcina alta, sottile e veramente aggraziata.

La contessa passava molti mesi all’anno in una sua villa: e non lo faceva già per divertimento, ma per amore de’ suoi figlioletti, che erano gracilissimi e di una salute molto delicata.

Finita l’ora della lezione, il più gran divertimento di Luigino era quello di cavalcare un magnifico cavallo sauro; un animale pieno di vita e di sentimento, che sarebbe stato capace di fare cento chilometri in un giorno se non avesse avuto fin dalla nascita un piccolo difetto: il difetto, cioè, di essere un cavallo di legno!

Ma Luigino gli voleva lo stesso bene, come se fosse stato un cavallo vero. Basta dire, che non passava sera che non lo strigliasse con una bella spazzola da panni: e dopo averlo strigliato, invece di fieno o di gramigna, gli metteva davanti una manciata di lupini salati. E se per caso il cavallo si ostinava a non voler mangiare, allora Luigino gli diceva accarezzandolo:

“Vedo bene che questa sera non hai fame. Pazienza: i lupini li mangerò io. Addio a domani, e dormi bene”.

E perché il cavallo dormisse davvero, lo metteva a giacere sopra una materassina ripiena d’ovatta: e se la stagione era molto rigida e fredda, non si dimenticava mai di coprirlo con un piccolo pastrano, tutto foderato di lana e fatto cucire apposta dal tappezziere di casa.

 

Alberto, il fratello minore, aveva un’altra passione. La sua passione era tutta per un bellissimo Pulcinella, che, tirando certi fili, moveva con molta sveltezza gli occhi, la bocca, le braccia e le gambe, tale e quale come potrebbe fare un uomo vero: e per essere un uomo vero, non gli mancava che una sola cosa: il parlare.

Figuratevi la bizza di Alberto! Quel buon figliuolo non sapeva rendersi una ragione del perché il suo Pulcinella, ubbidientissimo a fare ogni sorta di movimenti, avesse preso la cocciutaggine di non voler discorrere a modo e verso, come discorrono tutte le persone per bene, che hanno la bocca e la lingua.

E fra lui e Pulcinella accadevano spesso dei dialoghi e dei battibecchi un tantino risentiti, sul genere di questi:

“Buon giorno, Pulcinella”, gli diceva Alberto, andando ogni mattina a tirarlo fuori dal piccolo armadio dove stava riposto. “Buon giorno, Pulcinella.”

E Pulcinella non rispondeva.

“Buon giorno, Pulcinella”, ripeteva Alberto.

E Pulcinella, zitto! come se non dicessero a lui.

“Su, via, finiscila di fare il sordo e rispondi: buon giorno, Pulcinella.”

E Pulcinella, duro!

“Se non vuoi parlare con me, guardami almeno in viso” diceva Alberto un po’ stizzito.

E Pulcinella, ubbidiente, girava subito gli occhi e lo guardava.

“Ma perché”, gridava Alberto arrabbiandosi sempre di più, “ma perché se ti dico “guardami” allora mi guardi; e se ti dico “buon giorno” non mi rispondi?”

E Pulcinella, zitto!

“Brutto dispettoso! Alza subito una gamba!”

E Pulcinella alzava una gamba.

“Dammi la mano!”

E Pulcinella gli dava la mano.

“Ora fammi una bella carezzina!”

E Pulcinella allungava il braccio e prendeva Alberto per la punta del naso.

“Ora spalanca tutta la bocca!”

E Pulcinella spalancava una bocca, che pareva un forno.

“Di già che hai la bocca aperta, profittane almeno per darmi il buon giorno.”

Ma il Pulcinella, invece di rispondere, rimaneva lì a bocca aperta, fermo e intontito, come, generalmente parlando, è il vizio di tutti gli omini di legno.

Alla fine Alberto, con quel piccolo giudizino, che è proprio di molti ragazzi, cominciò a mettersi nella testa che il suo Pulcinella non volesse parlare né rispondergli, perché era indispettito con lui. Indispettito!… e di che cosa? Forse di vedersi mal vestito, con un cappellaccio in capo di lana bianca, una camicina tutta sbrindellata, e un paio di pantaloncini così corti e striminziti, che gli arrivavano appena a mezza gamba.

“Povero Pulcinella!”, disse un giorno Alberto, compiangendolo sinceramente, “se tu mi tieni il broncio, non hai davvero tutti i torti. Io ti mando vestito peggio di un accattone… ma lascia fare a me! Fra poco verranno le feste di Natale. Allora potrò rompere il mio salvadanaio… e con quei quattrini, voglio farti una bella giubba, mezza d’oro e mezza d’argento.”

 

Per intendere queste parole di Alberto, occorre avvertire che la Contessa aveva messo l’uso di regalare a’ suoi figli due o tre soldi la settimana, a seconda, s’intende bene, de’ loro buoni portamenti. Questi soldi andavano in tre diversi salvadanai: il salvadanaio di Luigino, quello di Alberto e quello dell’Ada. Otto giorni avanti la pasqua di Natale, i salvadanai si rompevano, e coi danari che vi si trovavano dentro, tanto la bambina, come i due ragazzi erano padronissimi di comprarsi qualche cosa di loro genio.

Luigino, com’è naturale, aveva pensato di comprare per il suo cavallo una briglia di pelle lustra con le borchie di ottone, e una bella gualdrappa, da potergliela gettare addosso, quando era sudato.

L’Ada, che aveva una bambola più grande di lei, non vedeva l’ora di farle un vestitino di seta, rialzato di dietro, secondo la moda, e un paio di scarpine scollate per andare alle feste da ballo.

In quanto al desiderio di Alberto, è facile immaginarselo. Il suo vivissimo desiderio era quello di rivestire il Pulcinella con tanto lusso, da doverlo scambiare per un signore di quelli buoni.

Intanto il Natale s’avvicinava, quand’ecco che una mattina, mentre i due fratelli con la loro sorellina, andavano a spasso per i dintorni della villa, si trovarono dinanzi a una casipola tutta rovinata, che pareva piuttosto una capanna da pastori. Seduto sulla porta c’era un povero bambino mezzo nudo, che dal freddo tremava come una foglia.

“Zio Bernardo, ho fame”, disse il bambino con una voce sottile, sottile, voltandosi appena con la testa verso l’interno della stanza terrena.

Nessuno rispose.

In quella stanza terrena c’era accovacciato sul pavimento un uomo con una barbaccia rossa, che teneva i gomiti appuntellati sulle ginocchia e la testa fra le mani.

“Zio Bernardo, ho fame!…”, ripeté dopo pochi minuti il bambino, con un filo di voce che si sentiva appena.

“Insomma vuoi finirla?”, gridò l’uomo dalla barbaccia rossa. “Lo sai che in casa non c’è un boccone di pane: e se tu hai fame, piglia questo zoccolo e mangialo!”

E nel dir così, quell’uomo bestiale si levò di piede uno zoccolo e glielo tirò. Forse non era sua intenzione di fargli del male; ma disgraziatamente lo colpì nel capo.

Allora Luigino, Alberto e l’Ada, commossi a quella scena, tirarono fuori alcuni pezzetti di pane trovati per caso nelle loro tasche, e andarono a offrirli a quel disgraziato figliolo.

Ma il bambino, prima si toccò con la mano la ferita del capo: poi guardandosi la manina tutta insanguinata, balbettò a mezza voce:

“Grazie… ora non ho più fame…”.

 

Quando i ragazzi furono tornati alla villa, raccontarono il caso compassionevole alla loro mamma; e di quel caso se ne parlò due o tre giorni di seguito. Poi, come accade di tutte le cose di questo mondo, si finì per dimenticarlo e per non parlarne più.

Alberto, per altro, non se l’era dimenticato: e tutte le sere andando a letto, e ripensando a quel povero bambino mezzo nudo e tremante dal freddo, diceva grogiolandosi fra il calduccio delle lenzuola:

“Oh come dev’essere cattivo il freddo! Brrr…”.

E dopo aver detto e ripetuto per due o tre volte “Oh come dev’esser cattivo il freddo!” si addormentava saporitamente e faceva tutto un sonno fino alla mattina.

Pochi giorni dopo accadde che Alberto incontrò per le scale di cucina la Rosa: la quale era l’ortolana che veniva a vendere le uova fresche alla villa.

“Sor Albertino, buon giorno signoria”, disse la Rosa: “quanto tempo è che non è passato dalla casa dell’Orco?”

“Chi è l’Orco?”

“Noi si chiama con questo soprannome quell’uomo dalla barbaccia rossa, che sta laggiù sulla via maestra.”

“O il suo bambino che fa?”

“Povera creatura, che vuol che faccia?… È rimasto senza babbo e senza mamma, alle mani di quello zio Bernardo…”

“Che dev’essere un uomo cattivo e di cuore duro come la pietra, non è vero?”, soggiunse Alberto.

“Pur troppo! Meno male che domani parte per l’America… e forse non ritornerà più.”

“E il nipotino lo porta con sé?”

“Nossignore: quel povero figliuolo l’ho preso con me, e lo terrò come se fosse mio”.

“Brava Rosa.”

“A dir la verità, gli volevo fare un po’ di vestituccio, tanto da coprirlo dal freddo… ma ora sono corta a quattrini. Se Dio mi dà vita, lo rivestirò alla meglio a primavera.”

Alberto stette un po’ soprappensiero, poi disse:

“Senti, Rosa, domani verso mezzogiorno ritorna qui, alla villa: ho bisogno di vederti.”

“Non dubiti.”

 

Il giorno seguente, era il giorno tanto atteso, tanto desiderato, tanto rammentato: il giorno, cioè, in cui celebravasi solennemente la rottura de’ tre salvadanai.

Luigino trovò nel suo salvadanaio dieci lire: l’Ada trovò nel suo undici lire, e Alberto vi trovò nove lire e mezzo.

“Il tuo salvadanaio”, gli disse la mamma, “è stato più povero degli altri due: e sai perché? perché in quest’anno tu hai avuto poca voglia di studiare.”

“La voglia di studiare l’ho avuta”, replicò Alberto, “ma bastava che mi mettessi a studiare, perché la voglia mi passasse subito.”

“Speriamo che quest’altr’anno non ti accada lo stesso” soggiunse la mamma: poi volgendosi a tutti e tre i figli, seguitò a dire: “Da oggi alla pasqua di Natale, come sapete, vi sono otto giorni precisi. In questi otto giorni, secondo i patti stabiliti, ognuno di voi è padronissimo di fare quell’uso che vorrà, dei danari trovati nel proprio salvadanaio. Quello poi, di voialtri, che saprà farne l’uso migliore, avrà da me, a titolo di premio, un bellissimo bacio.”

“Il bacio tocca a me di certo!”, disse dentro di sé Luigino, pensando ai ricchi finimenti e alla bella gualdrappa che aveva ordinato per il suo cavallo.

“Il bacio tocca a me di certo!”, disse dentro di sé l’Ada, pensando alle belle scarpine da ballo che aveva ordinato al calzolaio per la sua bambola.

“Il bacio tocca a me di certo!”, disse dentro di sé Alberto, pensando al bel vestito che voleva fare al suo Pulcinella.

Ma nel tempo che egli pensava al Pulcinella, sentì la voce della Rosa che, chiamandolo a voce alta dal prato della villa, gridava:

“Sor Alberto! sor Alberto!”.

Alberto scese subito. Che cosa dicesse alla Rosa non lo so: ma so che quella buona donna, nell’andarsene, ripeté più volte:

“Sor Albertino, lo creda a me: lei ha fatto proprio una carità fiorita, e Dio manderà del bene anche a lei e a tutta la sua famiglia!”.

 

Otto giorni passarono presto: e dopo otto giorni arrivò la festa di Natale o il Ceppo, come lo chiamano i fiorentini.

Finita appena la colazione, ecco che la Contessa disse sorridendo ai suoi tre figli:

“Oggi è Natale. Vediamo, dunque, come avete speso i quattrini dei vostri salvadanai. Ricordatevi intanto che, quello di voialtri che li avrà spesi meglio, riceverà da me, a titolo di premio, un bellissimo bacio. Su, Luigino! tu sei il maggiore e tocca a te a essere il primo”.

Luigino uscì dalla sala e ritornò quasi subito, conducendo a mano il suo cavallo di legno, ornato di finimenti così ricchi, e d’una gualdrappa così sfavillante, da fare invidia ai cavalli degli antichi imperatori romani.

“Non c’è che dire”, osservò la mamma, sempre sorridente “quella gualdrappa e quei finimenti sono bellissimi, ma per me hanno un gran difetto… il difetto, cioè, di essere troppo belli per un povero cavallino di legno. Avanti, Alberto! Ora tocca a te.”

“No, no”, gridò il ragazzetto, turbandosi leggermente, “prima di me, tocca all’Ada.”

E l’Ada, senza farsi pregare, uscì dalla sala, e dopo poco rientrò tenendo a braccetto una bambola alta quanto lei, e vestita elegantemente, secondo l’ultimo figurino.

“Guarda, mamma, che belle scarpine da ballo!”, disse l’Ada compiacendosi di mettere in mostra la graziosa calzatura della sua bambola.

“Quelle scarpine sono un amore!”, replicò la mamma. “Peccato però che debbano calzare i piedi d’una bambina fatta di cenci e di stucco, e che non saprà mai ballare!”

 

“E ora, Alberto, vediamo un po’ come tu hai speso le nove lire e mezzo, che hai trovate nel tuo salvadanaio.”

“Ecco… io volevo… ossia, avevo pensato di fare… ossia, credevo… ma poi ho creduto meglio… e così oramai l’affare è fatto e non se ne parli più.”

“Ma che cosa hai fatto?”

“Non ho fatto nulla.”

“Sicché avrai sempre in tasca i danari?”

“Ce li dovrei avere…”

“Li hai forse perduti?”

“No.”

“E, allora, come li hai tu spesi?”

“Non me ne ricordo più.”

In questo mentre si sentì bussare leggermente alla porta della sala, e una voce di fuori disse:

“È permesso?.”

“Avanti.”

Apertasi la porta, si presentò sulla soglia, indovinate chi! Si presentò la Rosa ortolana, che teneva per la mano un bimbetto tutto rivestito di panno ordinario, ma nuovo, con un berrettino di panno, nuovo anche quello, e in piedi un paio di stivaletti di pelle bianca da campagnolo.

“È tuo, Rosa, codesto bambino?”, domandò la Contessa.

“Ora è lo stesso che sia mio, perché l’ho preso con me e gli voglio bene, come a un figliolo. Povera creatura! Finora ha patito la fame e il freddo. Ora il freddo non lo patisce più, perché ha trovato un angiolo di benefattore, che lo ha rivestito a sue spese da capo a piedi.”

“E chi è quest’angelo di benefattore?”, chiese la Contessa.

L’ortolana si voltò verso Alberto, e guardandolo in viso e accennandolo alla sua mamma, disse tutta contenta:

“Eccolo là.”

Albertino diventò rosso come una ciliegia: poi rivolgendosi impermalito alla Rosa, cominciò a gridare:

“Chiacchierona! Eppure ti avevo detto di non raccontar nulla a nessuno!…”.

“La scusi: che c’è forse da vergognarsi per aver fatto una bell’opera di carità come la sua?”

“Chiacchierona! chiacchierona! chiacchierona!”, ripeté Alberto, arrabbiandosi sempre più; e tutto stizzito fuggì via dalla sala.

La sua mamma, che aveva capito ogni cosa, lo chiamò più volte: ma siccome Alberto non rispondeva, allora si alzò dalla poltrona e andò a cercarlo da per tutto. Trovatolo finalmente nascosto in guardaroba, lo abbracciò amorosamente, e invece di dargli a titolo di premio un bacio, gliene dette per lo meno più di cento.

 

 

 

Dopo il teatro

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Alfredo, Gino e Ida entrano tutti e tre insieme nella stanza preceduti da Bettina, che va a posare il lume sulla tavola.

 

ALFREDO (levandosi il cappello e il paletò): Com’hanno recitato bene! ma proprio bene!…

IDA: Quanto ci siamo divertiti, Bettina mia!… Che bella commedia!…

GINO: E la farsa dove la lasci? Se tu avessi visto, Bettina, il brillante della farsa! Chi sa quanto tu avresti riso! Figurati! gli è venuto fuori in maniche di camicia, e ha detto che dal freddo tremava tutto come un pezzo di gelatina. Te lo immagini un brillante di gelatina! (Ridendo di genio.)

BETTINA: E la commedia era bella davvero?

IDA: Alfredo, diglielo tu.

ALFREDO: La commedia era bellissima: ma io, dico la verità, avrei sentito più volentieri un dramma.

IDA: Perché un dramma?

ALFREDO: Perché i drammi mi piacciono di più.

GINO: Anch’io mi diverto di più ai drammi: almeno si piange. Ma, più di tutto, mi piacciono le tragedie.

ALFREDO: Le tragedie? O dove le hai viste tu, le tragedie?

IDA: Povero figliolo, se l’è sognate!

GINO: Hai sentito, Bettina? E’ voglion dire che le tragedie me le sono sognate!… Non è vero che l’anno passato mi conducevi quasi tutte le sere ai burattini nel Parterre?

BETTINA: Verissimo.

CINO: Non è vero che una sera i burattini fecero due tragedie di fila?

BETTINA: Sarà vero, ma io le tragedie non le conosco: a me mi paiono tutte commedie.

ALFREDO: E com’erano intitolate queste due tragedie?

GINO: Ora non me ne rammento: gli è passato tanto tempo! Una mi pare che la fosse intitolata, Filippo Vu Re di Spagna.

ALFREDO (ridendo): Ma che Filippo Vu? Sarà stato Filippo Quinto.

GINO: Sarà stato Filippo Quinto: io però mi ricordo che sul cartellone c’era scritto Filippo, e dopo Filippo c’era un V in stampatello grande come la mia mano.

ALFREDO: Sta bene che ci fosse un V: ma quel V in numeri romani vuol dir quinto.

GINO: Cosa vuoi tu che io sappia dei numeri romani? Non ci sono mica stato a Roma, io.

ALFREDO: E quell’altra tragedia?

GINO: Quell’altra l’aveva un certo titolo curioso… te ne ricordi te, Bettina?

BETTINA: Che vuol che mi ricordi?

GINO: Mi pare che fosse una specie di Spazzolino Tiranno di Padova.

ALFREDO: Ma che spazzolino, buacciòlo? Vorrai dire Ezzelino tiranno di Padova.

GINO: Insomma, o lui o un altro, io so che a quella tragedia mi sono divertito dimolto. Ti rammenti, Bettina, che piacere quando tutti cominciarono a dare addosso al tiranno? Giusto te, Alfredo, levami una curiosità: mi dici perché tutti i tiranni hanno la barba nera?

ALFREDO (con serietà): Già: perché se la tingono apposta per far paura.

GINO: Ah!… ora capisco. Del resto io so che se domani avessi cento milioni di patrimonio…

IDA: Sentiamo un po’: che cosa vorresti fare?

GINO: Prima di tutto vorrei mettere ogni mattina nel Caffè-e-latte più di mezza tazza di zucchero, e poi vorrei andare tutte le sere ai burattini.

IDA: Tutte, tutte le sere?

GINO: Tutte le sere: anche quando piovesse.

IDA: A me poi i burattini mi piacciono, sì, ma fino a un certo segno: io più di tutto mi diverto al teatro, e specialmente a stare in un palco.

ALFREDO: si dice i gusti! Io, invece del palco, anderei più volentieri in una poltrona d’orchestra. A stare in un palco ci ho rabbia, e sai perché? perché ci guardano tutti.

IDA: Lasciali guardare. Io so che mi diverto moltissimo a vedermi guardare co’ cannocchiali.

ALFREDO: Finiscila, giuccherella! Chi vuoi che perda il suo tempo a guardare co’ cannocchiali una moccichina come te?

IDA (risentita): Non cominciare, Alfredo! Tu hai sempre il vizio di offendere!…

ALFREDO (ridendo): Mi dispiace: ho sbagliato a dir moccichina: volevo dire un bel pezzo di donna come te.

IDA (impermalita): C’è poco da canzonare. Ora sono piccola! ma poi crescerò anch’io. Il babbo dice che gli anni passano per tutti. Per noi altri ragazzi, però, questi anni benedetti non passano mai. La mi pare una bella ingiustizia! Oramai gli è un secolo che ho sempre dieci anni!…

BETTINA: si consoli: fra pochi mesi ne avrà undici.

IDA: Bella consolazione! Prima d’arrivare a quindici anni, figurati se c’è da allungare il collo. Però, se si guarda alla statura, sono grande quasi quanto Alfredo.

ALFREDO: Cucù! (In canzonatura.)

IDA: Quanto vuoi scommettere che ci corre appena un dito?

ALFREDO: Cucù.

BETTINA: Vediamo un po’, Idina: la vada a misurarsi con Alfredo.

ALFREDO (con serietà): Sai, Bettina, potresti anche dire col signor Alfredo: ti ho già avvertito che questo tono di confidenza non mi piace punto. Capirai che non lo faccio per me: lo faccio per riguardo del mondo.

GINO (in caricatura): Oh! l’illustrissimo signore Alfredo ha mille ragioni. Da qui in avanti gli darò del signore anch’io. Anzi, gli voglio dare dell’eccellenza (ridendo).

ALFREDO: Bada, Gino! non far tanto lo spiritoso. Ti avverto, per tua regola, che le mani mi cominciano a prudere…

GINO (scherzando): Che paura che mi hai fatto!… Ora non parlo più. Scusa, Bettina: ma la cena non è ancora preparata? Io ho un appetito che paion due.

BETTINA: La cena è preparata: ma il babbo legge il giornale, e quando avrà finito li farà chiamare.

GINO: Vuoi sapere perché il teatro mi piace tanto? perché dopo il teatro, ci tocca la cena.

BETTINA: O che forse non cena anche le altre sere?

GINO: Sì: ma l’altre sere io e l’Ida ci fanno cenare alle otto, per poi mandarci a letto. Cenare alle otto mi pare una cena da polli.

ALFREDO: Che cosa vorresti fare tutta la sera levato? Dopo le ventiquattro ti addormenteresti sul canapè.

GINO: Io, anzi, non ho mai sonno.

ALFREDO: Bravo! Meno male che ti sei addormentato anche stasera.

GINO: Dove?

ALFREDO: Nel palco.

GINO: Quando?

ALFREDO: A metà del second’atto: non è vero, Ida?

IDA: M’è parso anche a me.

GINO: Nossignori: sbagliano, non dormivo.

ALFREDO: O allora che cosa facevi?

GINO (un po’ confuso): Pareva che dormissi… ma invece pensavo.

ALFREDO (ridendo): O che per pensare c’è forse bisogno di chiudere gli occhi?

CINO: Secondo i naturali delle persone. Per esempio, anche il nostro maestro di scuola qualche volta, specialmente nelle ore calde dell’estate, ci dice: “Ragazzi, siate buoni e non fate tanto chiasso, perché ho bisogno di pensare cinque minuti a una cosa”; e quando ha detto così, appoggia la testa alla spalliera della poltrona, chiude gli occhi, apre la bocca e comincia a pensare…

ALFREDO: Ossia, comincierà a dormire.

GINO: Nossignore, non dorme: tant’è vero che, se urliamo troppo forte, si sveglia subito e ci fa una strapazzata di quelle co’ fiocchi… Ma dunque, si va o non si va a cena? Ho una fame che la vedo.

BETTINA: Abbia pazienza altri due minuti.

ALFREDO: Intanto che si aspetta, si fa una bella cosa?

GINO E IDA (insieme): Sentiamo.

ALFREDO: si ripete fra noi tre quella bella scena della commedia, dove il figlio riconosce sua madre?

IDA: Ripetiamola davvero.

GINO: No, no: io voglio prima ripetere alla Bettina il discorso che ha fatto il brillante, quando è venuto sulla scena in maniche di camicia. Vuoi sentirlo, Bettina? (si leva la giacchettina, la butta sul canapè e rimane in maniche di camicia.)

BETTINA: Perché si è levata la giacchettina?

GINO: Voglio farti vedere il brillante tale e quale.

BETTINA: Io non voglio vedere tanti brillanti. Io voglio che si rimetta subito la giacchettina. Ma non lo sa che a questi freddi potrebbe prendere un’infreddatura come nulla?

GINO: Un’infreddatura? non mi parrebbe vero di prenderla. Almeno il babbo mi comprerebbe le pasticche di lichene.

IDA: Vergognati, ghiottonaccio!

GINO: Mi piacciono tanto le pasticche di lichene!… E, invece, a farlo apposta, non infreddo mai. Si vede proprio che sono nato disgraziato! (Rimettendosi la giacchettina.)

ALFREDO: Dunque si fa questa scena, dove il figlio riconosce la madre?

GINO: Scusa, Alfredo: spiegami prima una cosa, che non ho potuto capire. Nella commedia di stasera, la madre sa fin dal principio che Carlo è suo figlio, non è vero?

ALFREDO: Sicuro che lo sa.

GINO: E se lo sa, mi dici perché aspetta a farsi riconoscere da lui, proprio all’ultima scena dell’ultimo atto?

ALFREDO: Povero figlio! Bisogna proprio dire che non hai nemmeno l’ombra del genio drammatico! O non capisci che se la madre si facesse riconoscere alla prima, la commedia finirebbe subito, e noi a quest’ora saremmo tutti a letto da un bel pezzo? Invece la madre, aspettando a farsi riconoscere proprio all’ultimo atto, costringe il pubblico a rimanere in teatro fino alle undici sonate: e così la gente, quando torna a casa, è tutta contenta, perché sa di avere spesi giustificati i suoi quattrini per il biglietto d’ingresso: mi sono spiegato?

GINO: Ora ho capito tutto. E io m’ero figurato invece che quella mamma di Carlo facesse un po’ di burletta.

ALFREDO: Diavol mai! O che si fanno le burlette anche nelle commedie serie?… Non ci mancherebb’altro!

IDA: Dunque si recita o non si recita questa scena?

ALFREDO: Lasciatemi distribuire le parti a me. Io farò da Carlo, ossia da figlio, e tu, Ida, farai la parte della madre.

GINO: E io?

ALFREDO: E tu farai da marito, ossia farai la parte di quello che arriva da ultimo e che tira la revolverata.

GINO: Fossi matto! Io non le faccio quelle brutte cosacce!

ALFREDO: S’intende bene che, invece di tirare colla pistola, tu farai il colpo con la bocca.

GINO: Come sarebbe a dire?

ALFREDO: Tu farai colla bocca: bum!

GINO: E quando lo debbo fare?

ALFREDO: Quando sarà il momento.

GINO: Ho capito.

ALFREDO: Dunque attenti. Io starò da questa parte: tu, Ida, mettiti là, vicina a quella tavola, per poterti appoggiare, quando dovrà venirti lo svenimento.

GINO: E io?

ALFREDO: E tu nasconditi dietro quella porta: e quando sarà il momento, uscirai fuori tutt’a un tratto e farai: bum!

IDA: Se io faccio la parte di madre, tocca a me a incominciare.

ALFREDO: Comincia pure: io son pronto.

IDA (movendosi e gestendo drammaticamente): “No, Carlo, voi non partirete… Oh! Dio!… se voi poteste… oh! Dio!… vedere i tormenti… e lo strazio… oh! Dio… di quest’anima!… Oh! Dio, pietà… di questa povera infelice…”

IL CAMERIERE (affacciandosi sulla porta): Signorini, il babbo li chiama a cena.

ALFREDO: Eccoci subito. Su, Ida; riattacca subito la tua parte, ma mettici un po’ più di passione… un po’ più di singhiozzo… molto singhiozzo.

IDA (declamando): “Oh! Carlo! Se poteste leggere… Oh Dio… in questo cuore… Oh!… Se poteste contare le lacrime…”

GINO (uscendo fuori): Bum!

ALFREDO (a Gino): No, no! Troppo presto, ancora no!

GINO: Spicciatevi, ragazzi, perché io voglio andare a cena.

ALFREDO: Avanti, Ida, avanti!

IDA (declamando): “No, Carlo, ve lo ripeto, voi non partirete… voi non potete partire di qui…”

ALFREDO (declamando): “Sì, o donna, io partirò… io lascerò

questi luoghi fatali… io fuggirò lontano, lontano, lontano…”

GINO (uscendo fuori): Bum! bum! bum!

ALFREDO: Ancora no, t’ho detto!

GINO: Ho fame, la volete capire?

ALFREDO: Altri due minuti, e la scena è finita. (declamando) “Sì, il mio destino vuole così… noi non ci rivedremo mai più… mai più!”

IDA: “Voi, Carlo, non partirete!”

ALFREDO: “Io partirò!”

IDA: “No…”

ALFREDO: “Sì: chi potrà impedirmelo?”

IDA: “Io!”

ALFREDO: “Voi?… e chi siete voi?”

IDA (con molto singhiozzo): “Sciagurato!… io… so… no… tua…”

GINO (uscendo fuori e interrompendo): Sai, Bettina: penserai tu a fare bum; io ho troppa fame e scappo a cena (via di corsa).

ALFREDO: Quand’è così, si può calare il sipario e andare a cena anche noi.

 

 

 

Chi non ha coraggio non vada alla guerra

proverbio in undici parti

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

I.

 

Leoncino è un ragazzetto entrato appena nei dieci anni.

“Perché questo nome di Leoncino?”, domanderete voi.

La storia sarebbe un po’ lunghetta, ma io ve la racconterò in quattro parole.

Bisogna dunque sapere che quando questo bambino fu portato al fonte battesimale, la sua mamma avrebbe gradito volentieri che si fosse chiamato Luigi: ma il suo babbo, incaponitosi a farne col tempo un guerriero (il babbo era comandante dei pompieri e bisogna perdonargli certe debolezze guerresche) volle a tutti i costi che fosse battezzato col nome di Napoleone.

Napoleone!… Come si fa, domando io, a mettere un nomone così grosso sulla testa di un tenero lattante? C’è quasi il pericolo di soffocarlo!

Fatto sta che in famiglia, per vezzeggiativo, cominciarono subito a chiamarlo Napoleoncino: ma poi, avvedutisi che questo vezzeggiativo era troppo lungo, gli tagliarono le due prime sillabe (Na-po), e così, di un Napoleoncino, ne fecero per risparmio di fiato un economico e modesto Leoncino.

Il piccolo guerriero crebbe a occhiate, e a dieci anni era già diventato un bel ragazzo. Correva, ballava, saltava, faceva la ginnastica, e, cosa singolarissima! qualche volta anche studiava.

Di burattini e di altri balocchi non voleva saperne. L’unica sua passione erano le sciabole di latta con l’impugnatura dorata e i fucilini a saltaleone, da caricarsi in tempo di pace coi lupini secchi, e in tempo di vera guerra, coi sassolini di ghiaia o coi nòccioli di ciliegia.

Il suo babbo poi, per contentarlo e per coltivargli sempre più lo spirito marziale, gli aveva fatto fare anche l’uniforme di generale d’armata, con le spalline di bambagia gialla come lo zafferano e con un berretto di panno scuro, ornato di un bel nastro di tela incerata e rilucente, che, veduto da lontano, pareva proprio un gallone d’argento.

Venuto il tempo delle vacanze, Leoncino fu condotto a villeggiare in casa di un suo zio, ricco possidente di campagna.

Questo zio aveva una nidiata di cinque figlioli, tutti bambinetti fra i sette e gli undici anni. Figuratevi la contentezza di Leoncino quando si trovò in mezzo a quegli altri cinque monelli.

Com’è naturale, pensarono subito, tutti d’accordo, di fare i soldati. Arnolfo, il più piccolo dei cugini, nominato trombettiere di reggimento, andava avanti al corpo d’esercito, sonando la tromba con la bocca. Raffaello, il più alto di tutti, faceva da cavalleria, per cui era obbligato a camminare sempre di trotto o di galoppo e qualche volta anche a nitrire e tirare i calci, a uso cavallo: Asdrubale e Gigino rappresentavano il grosso della fanteria. Tonino guidava i carri dell’ambulanza, strascinandosi dietro il carretto dell’ortolano per caricarci su, dopo la battaglia, i morti e i feriti, e Leoncino… Leoncino poi, come potete immaginarvelo, era il comandante generale e marciava sempre alla testa della grande armata.

 

 

 

II.

 

Tutte le mattine che Dio mandava in terra, i sei ragazzi, dopo aver preso con sé il pane e il companatico per fare il rancio, si mettevano in marcia armati di tutto punto, avviandosi a combattere qualche gran battaglia nel vicino bosco distante forse un chilometro dalla villa.

Arrivati a mezza strada, facevano alto in mezzo a un prato, e lì, sdraiati sull’erba, mangiavano, o, per dir meglio, divoravano il rancio, mentre uno di loro, s’intende bene, rimaneva a far da sentinella avanzata in fondo al prato, per dare il grido d’allarme nel caso che i nemici fossero sbucati fuori all’improvviso.

Ma l’uso della sentinella avanzata durò poco, e vi dirò il perché. Una mattina toccò a far da sentinella al trombettiere Arnolfo, un ragazzino che non aveva ancora sett’anni finiti. Arnolfo, ubbidiente ai regolamenti e alla disciplina militare, si rassegnò a fare una mezz’ora di sentinella: ma appena smontato, corse subito in mezzo ai compagni, per farsi dare la sua parte di rancio. E lascio pensare a voi come restò, quando si accorse che i suoi compagni avevano mangiato tutto, diluviato tutto, spolverato tutto: fino i minuzzoli di pane, fin le cortecce del cacio, fin le bucce del salame! Il povero figliolo, che aveva una fame che la vedeva proprio cogli occhi, trovandosi così barbaramente burlato, cominciò a piangere e strillare; e il suo strillare fu così acuto e ostinato, che in tutta la storia militare, dalla presa di Gerico fino a noi, non c’è l’esempio d’un altro trombettiere che abbia strillato tanto, quanto lui.

Da quel giorno in poi, in quel corpo d’armata composto di sei ragazzi, non si trovò più un soldato che volesse fare da sentinella avanzata durante l’ora del rancio. Di fronte a un atto così grave d’insubordinazione, la disciplina militare ci scapitò assai: ma lo stomaco dei soldati ci guadagnò dimolto… e tutti pari.

E le battaglie combattute da questi piccoli eroi, contro chi erano?

Ve lo dico subito. Appena finito il rancio, l’esercito col suo comandante alla testa si rimetteva in marcia, inoltrandosi a passo di carica dentro il bosco. Giunti dinanzi a una grossa quercia, che aveva più di cent’anni, il generale Leoncino schierava le sue truppe in riga di battaglia, e dopo aver caracollato dinanzi a loro, figurando di essere a cavallo, dopo avere colle parole e coi gesti incoraggiati i soldati alla pugna, dava l’ordine di cominciare il fuoco. Allora tutti i soldati, compreso il trombettiere, armati di grossi bastoni principiavano a bastonare furiosamente il tronco della quercia: e nel bollor della mischia si sentiva sempre la voce del generale, che gridava: “Avanti! Coraggio, marmotte!… Serrate le file!… Alla baionetta!”.

Quando i soldati, stanchi trafelati, non ne potevano proprio più, allora buttavano via i bastoni e la battaglia era finita.

E la quercia?… La povera quercia si lasciava tutti i giorni bastonare, senza mai rivoltarsi, senza mai mandar fuori una mezza parola di lamento: solo di tanto in tanto scoteva malinconicamente i suoi rami coperti di foglie, quasi volesse dire:

“Poveri ragazzi! Lasciamoli fare! Hanno così poco giudizio!…”.

 

 

III.

 

Un giorno, per altro, avvenne un caso orribile e spaventoso; ed ecco come andò.

Il piccolo esercito, secondo il solito, si avanzava a marcia forzata dentro il bosco, in cerca del solito nemico. Quando, tutt’a un tratto, il general Leoncino, che camminava fieramente avanti una ventina di passi, si fermò esterrefatto, e cacciando un grido acutissimo di terrore, si dette a scappare verso casa.

La sua fuga fu così precipitosa e disordinata, che per la strada perse gli sproni di latta e il berretto di generale, col gallone che pareva d’argento.

Che cos’era mai accaduto di strano?…

Quando Leoncino arrivò alla villa, era ansante, boccheggiante e tutto paonazzo in viso come un cocomero troppo maturo.

E per l’appunto la prima persona, in cui s’imbatté, fu lo zio.

Conoscete, per caso, lo zio di Leoncino? Lo dovete conoscere di certo, perché chi lo sa quante volte lo avete incontrato per la strada: ma ora forse non ve lo rammentate più.

Figuratevi, dunque, un omone lungo lungo, grosso grosso, con un faccione largo come la luna, e con un nasone tutto pieno di nasini, da parere un grappolo d’uva.

Di nome si chiama Giandomenico: ma tutti nel paese lo conoscono col soprannome di Nasobello.

Vedendolo la prima volta e giudicandolo dalla fisonomia burbera e accigliata, c’è da scambiarlo per un orco, per un tiranno, per un mangia-bambini, e invece… Invece è una bonissima pasta d’uomo, burlone, allegro, di buon’umore, tutt’amore per i figliuoli e tutto premure e attenzioni per il suo nipotino.

Tant’è vero che appena gli capitò davanti Leoncino scalmanato e impaurito a quel modo, il sangue gli fece un gran rimescolone e gridò subito:

“Che cos’è stato? Perché hai il viso così acceso?… Dove sono rimasti i tuoi cugini?…”.

Il ragazzo stintignava a rispondere: pareva quasi che si vergognasse.

“Dunque?…”, insisté lo zio, alzando sempre più la voce.

“Ecco… dirò… una bestia così brutta…”

“Quale bestia?…”

“Io…”

“Come? tu sei una bestia?…”

“Io, no: quell’altra… che ho trovata nel bosco…”

“Non capisco nulla: ma spiegati, per carità!… Dov’hai lasciato i tuoi cugini?…”

“Fra poco verranno…”

“Eccoci qui! eccoci qui!”, gridarono di fuori cinque voci argentine e squillanti, come tanti campanelli.

E nel tempo stesso entrarono in sala i cinque ragazzi, che si buttavano via dalle matte risate.

Il babbo, che non sapeva il motivo di questo gran buon’umore, disse allora con accento risentito:

“Finitela una volta! Si potrebbe sapere almeno di chi ridete?”.

“Si ride di lui!…” E, accennando Leoncino, dettero in una risata più forte.

“Del nostro coraggioso generale!” E qui una risata più lunga.

“Povero generale, che paura che ha avuta! Diamogli subito un bicchier d’acqua!” E qui una risatona così sguaiata, che non finiva più.

E Leoncino?…

 

 

IV.

 

Leoncino aveva perduto la voce. Stava ritto in mezzo alla sala, con la testa bassa, col mento conficcato nello stomaco, e di tanto in tanto dava dell’occhiatacce ai suoi compagni, come dire: “Quando saremo fuori di qui, faremo i conti e me la pagherete!…”.

“Dunque, si può sapere che cos’è accaduto?”, domandò il babbo.

“Te lo racconterò io”, disse Raffaello, quello che faceva da cavalleria.

“No: io!”, gridò Gigino, il rappresentante la fanteria.

“Nossignori, tocca a me”, strillò Arnolfo, il trombettiere. “Io sono il più piccino di tutti; dunque ho più diritto degli altri.”

“Lasciate parlare Arnolfo”, disse il babbo, “e zitti tutti!”

Il piccolo trombettiere, non sapendo lì per lì trovar subito la parola per dar principio al suo racconto, cominciò a fare con la bocca mille versi e a gesticolare con le mani: alla fine poi, trovata la parola, prese a dire come seguitando un racconto:

“Sicché dunque, quando il nostro generale ci disse: “Avanti!” noi tutti si rispose: “Andiamo!”.

“Andiamo? Ma dove volevate andare?”, domandò il babbo.

“O che non lo sai? S’andava a far la guerra…”

“La guerra contro chi?”

“La guerra contro Cartagine.”

“E chi è questa Cartagine?”

“È una grossa quercia, che rimane a metà del bosco.”

“E perché la chiamate Cartagine?”

“Bella forza! Perché noi siamo i Romani e andiamo sempre a bastonarla.”

“Ora ho capito tutto!”, disse il babbo. “Prosegui pure il racconto.”

“Sicché dunque, quando si fu per i campi, sarebbe toccato a me a camminare avanti, ma siccome Leoncino è un prepotente per la ragione che ha la sciabola dorata e la striscia bianca al berretto, allora mi saltò addosso col dire: “Il Generale sono io, e tu devi venire dietro a me”. Ma questa l’è una riffa; ne convieni, babbo? Scusa, babbino, te che te ne intendi, quando si fa la guerra, chi è che va avanti, il generale o quello che sona la tromba? Io dico che quello che sona la tromba gli è sempre il primo di tutti… ne convieni?… Se no la guerra sarebbe una bella ingiustizia.”

“Via! via! via!”, gridò il babbo. “Non ci perdiamo in tante lungaggini.”

“Mi spiccio in due parole. Sicché dunque, lui, secondo il solito, volle andare avanti, e noi tutti dietro a passo di corsa. Quando tutt’a un tratto, che è che non è, il nostro Generale in capo si ferma… fa due salti indietro, e cacciando un urlo che pareva il fischio del vapore, si mette a scappare. E come scappava!… Se tu avessi visto come scappava!… Ti ricordi, babbo, del gatto del nostro ortolano, quando gli si faceva vedere la frusta? Tale e quale.”

“E la cagione di questo spavento?”

“Figurati! Aveva visto fra l’erba una tartaruga!”

 

 

V.

 

Il signor Giandomenico, udito il racconto, sentiva anch’esso una gran voglia di ridere: ma invece, atteggiandosi a giudice severo e inesorabile, si voltò verso i suoi figliuoli, gridando in tono di comando militare:

“Soldati! In riga di battaglia!”.

A questo comando, i ragazzi si posero tutti in fila, rimanendo immobili e col loro fucilino di legno appoggiato sulle spalle.

Allora il signor Giandomenico riprese:

“Visto e considerato che un generale d’armata, il quale si mette a fuggire perché ha paura di una tartaruga, non è degno di comandare uno dei primi eserciti d’Europa (i soldati chinarono il capo in segno di ringraziamento) ordiniamo e vogliamo che il generale Leoncino si dimetta subito dal supremo grado che ha tenuto finora e prenda invece gli scevroni di caporale. Il prode Raffaello, comandante di tutta la cavalleria, è incaricato di farsi consegnare da Leoncino la sua spada d’onore.”

Raffaello, senza mettere tempo in mezzo, andò subito in fondo alla stanza: e movendosi di là e camminando un po’ di trotto e un po’ di galoppo, si presentò dinanzi al povero Generale, e fece l’atto di chiedergli la spada.

Leoncino non disse una mezza parola: ma seguitava a tentennare il capo, come fanno i chinesi di gesso. Alla fine, visto che non c’era scampo, cominciò adagio adagio a sfibbiarsi la spada dalla cintola: e sfibbiata che l’ebbe, figurò di consegnarla in mano a Raffaello, ossia al comandante della cavalleria.

Ma invece di consegnargliela, gliela batté sulle dita. E pare che gliela battesse piuttosto forte, perché l’altro si risentì tutto inviperito, e ne nacque un combattimento a corpo a corpo fra la cavalleria e il generale. E chi lo sa come questo combattimento sarebbe finito, se il signor Giandomenico non ci fosse entrato di mezzo con le buone maniere, dando, cioè, un bellissimo scappellotto al generale e pigliando per un orecchio la cavalleria. E così persuase i due guerreggianti a sospendere le ostilità e a firmare lì su due piedi un trattato di pace.

E la pace fu firmata.

Ma il povero Leoncino non sapeva rassegnarsi a quest’atto d’umiliazione; e giorno e notte si lambiccava sempre il cervello per trovare il modo di dare qualche splendida prova di coraggio, tanto da riguadagnarsi il grado e la spada di generale. Cerca oggi, cerca domani, finalmente gli parve di vedersi balenare dinanzi agli occhi una bell’idea.

Quella sera andò a letto tutto contento: e prima di addormentarsi diceva dentro di sé: “Domani o doman l’altro sarò generale daccapo… e allora, guai a Raffaello… Per vendicarmi di lui, ordinerò subito che la Cavalleria debba camminare sempre a piedi!…”.

Eppure è così: i ragazzi vendicativi spesse volte sono anche ridicoli nelle loro vendette!

 

 

VI.

 

Indovinate un po’, ragazzi, quale fu la bellissima idea (dico bellissima, per modo di dire) che balenò alla mente di Leoncino, per dare una gran prova del suo coraggio e per riguadagnarsi il grado di generale?

Fu quella di sfidare i suoi cugini a chi avesse fatto il salto più alto e più pericoloso. Figuratevi che bel giudizio!

“Io”, disse subito Arnolfo, “scommetto di saltare gli ultimi cinque scalini della scala di casa.”

“Bella bravura davvero!”, replicò Leoncino, con una spallucciata di disprezzo. “Quello è un salto che lo farebbe anche una pulce.”

“E io scommetto di saltare dalla finestra del fienile”, disse Raffaello.

“E noi, se vuoi scommettere, facciamo con te a chi salta meglio la gora del mulino”, dissero Gigino e Asdrubale, i due soldati di fanteria.

“Io poi scommetto di saltare una buccia di fico”, disse ridendo Tonino, capitano d’ambulanza e nel tempo stesso ragazzino pacifico e tranquillo, che faceva tutte le sue cose con flemma, senza riscaldarsi mai di nulla; prova ne sia che non s’era nemmeno accorto di quella memorabile scena, in cui il suo Generale in capo, dopo essere stato degradato, aveva dovuto consegnare la sciabola in presenza a tutta la soldatesca.

Quando ognuno dei ragazzi ebbe detta la sua, Leoncino si fece avanti e domandò con aria baldanzosa di sfida:

“Chi di voi si sente il coraggio di saltare giù nell’orto dalla terrazza del primo piano?”.

“Io no davvero: c’è da rompersi una gamba”, rispose uno dei ragazzi.

“Nemmen’io; c’è da spaccarsi la testa”, rispose un altro.

“Della testa me ne importerebbe poco”, soggiunse Arnolfo ma il male gli è che ci sarebbe da strapparsi i calzoni, e per l’appunto oggi ho i calzoncini nuovi!”

Leoncino sorrise allora d’un risolino maligno e canzonatore e dopo aver dato un’occhiata di compassione a’ suoi cugini, disse con aria di smargiasso:

“Dunque voialtri quel salto non avete il coraggio di farlo? Eppure io lo farò, e quando l’avrò fatto, vedremo se continuerete a mettermi in ridicolo… e poi, perché? perché l’altro giorno all’improvviso ebbi paura di una tartaruga. Dicerto, gua’, se avessi saputo che era una tartaruga, non sarei scappato.”

“O per chi l’avevi presa?”, domandò Arnolfo ridendo. “L’avevi forse presa per un elefante?…”

“Non dico un elefante… però, quella brutta bestia, a vederla lì fra l’erba, mi fece una certa impressione… un certo non so che… Ma questo, siamo giusti, non vuol dire che in quel momento non avessi coraggio…”

“Tutt’altro” replicò Arnolfo col solito risolino “vuol dire solamente che avesti paura!…”

“Paura io? per tua regola, a coraggio, vi rivendo quanti siete.”

“Canta, canta, canarino!”

“Arnolfo, non offendere!”

“Io non t’ho offeso.”

“Mi hai detto canarino.”

“Canarino non è un’offesa: canarino gli è un uccellino con le penne gialle.”

“Ma io le penne gialle non ce l’ho!”, gridò Leoncino, iscaldandosi.

“Se non le hai, le potresti avere.”

A quest’ultima uscita di Arnolfo, tutti i suoi fratelli dettero in un solennissimo scoppio di risa.

 

 

VII.

 

Allora Leoncino, lasciandosi vincere dalla bizza, fece l’atto di volersi avventare contro il suo piccolo avversario: ma Raffaello, svelto come uno scoiattolo, lo abbracciò subito a mezza vita, e tenendolo fermo, cominciò a dirgli con una certa cantilena burlesca:

“La si calmi, sor Generale, via, la si calmi! La sia bonino!”.

E tutti gli altri ragazzi a ripetere in coro con la medesima cantilena:

“La si calmi, sor Generale, la si calmi! La sia bonino!…”.

E lì tanto dissero e tanto fecero che Leoncino, dimenticandosi tutta la bizza che aveva addosso, cominciò a ridere anche lui.

Poi, voltandosi verso Arnolfo, gli domandò:

“Mi dici perché te la prendi sempre con me?”.

“Io me la prendo con te? Neanche per sogno. Eppoi, anche se me la prendessi con te, credilo, ci sarebbe la sua brava ragione.”

“Perché?”

“Perché, volere o volare, fosti tu che mi mangiasti la colazione quella mattina che feci da sentinella avanzata. E me ne ricorderò sempre!… ma oramai t’ho bell’e perdonato e non ci penso più. Però tutte le volte che quella colazione mi torna in mente, sento sempre una certa vogliolina… o come chi dicesse, una tentazione di ricattarmi… ma oramai ti ho bell’e perdonato e non ci penso più! E per l’appunto, che fame avevo quel giorno! Una fame da lupi!… Abbi pazienza, Leoncino, se te lo dico: ma quella celia fu una gran brutta celia e me la rammenterò sempre fin che campo… Meno male che oramai t’ho bell’e perdonato e non ci penso più!…”

“Basta, basta!” interruppe Raffaello, che cominciava ad annoiarsi. “Andiamo piuttosto a vedere questo gran salto dalla terrazza?”

“Sì, sì, vogliamo il salto, vogliamo il salto!” gridarono tutti.

Leoncino, a dir la verità, se ne sarebbe tirato indietro volentieri; ma dopo essersi vantato tanto, non poteva più scansare la prova. Il suo amor proprio non gliel’avrebbe permesso!!! Perché bisogna sapere che c’è un amor proprio anche per i ragazzi: molte volte è un amor proprio falso, un amor proprio grullo e malinteso (come nel caso di Leoncino che, per amor proprio, si metteva al rischio di rompersi il collo); ma i ragazzi hanno avuto sempre il brutto vizio di voler ragionare su tutte le cose a modo loro, e questa è stata sempre una gran disgrazia per loro e per le loro famiglie.

 

 

VIII.

 

Leoncino esitò un minuto… due minuti… poi, fatto un animo risoluto, si mosse per andare sulla terrazza: non era per altro entrato nell’uscio di casa, che si trovò davanti lo zio Giandomenico, il quale domandò a lui e a quell’altre birbe:

“Dove andate con tanta fretta?”.

“Si va su in terrazza.”

“In terrazza? A far che cosa?”

“A… a… a prendere una boccata d’aria.”

“Non è vero, sai, babbo!”, disse subito Arnolfo, “non si va a prendere una boccata d’aria: ma si va in terrazza, perché Leoncino, per far vedere che ha più coraggio di noi, ha scommesso di montare sul parapetto della terrazza e di saltare giù nell’orto.”

“È proprio vero che hai fatto questa scommessa?” disse allora lo zio, rivolgendosi al nipote. “Tu dunque credi che il coraggio, il vero coraggio, consista nell’affrontare senza alcun bisogno, i più grandi pericoli? nel saltare per semplice passatempo dai primi piani? nel montar ritti sulla soglia delle finestre? nel camminare in cima ai tetti? nel correre all’impazzata sulle spallette dei fiumi? nell’arrampicarsi in vetta agli alberi? nell’andare a bagnarsi dove l’acqua è più alta, senza saper nuotare?… No, carino mio, no: queste non son prove di coraggio: queste sono temerità imperdonabili, queste sono bravure da matti, che provano solamente la grande spensieratezza e il pochissimo giudizio di voialtri ragazzi!”

A questa parlantina fatta co’ fiocchi, il povero Leoncino restò così confuso, che non trovava il verso né di rispondere, né di guardare in faccia lo zio.

Intanto, tutto afflitto e mortificato, andava pensando dentro di sé:

“E io che speravo di aver trovato il modo di riguadagnarmi il grado di comandante!… mentre è proprio un miracolo se oggi non ho perduto anche gli scevroni di caporale!…”.

Ma non si dette per vinto! Anzi, il giorno dopo, ricominciò a stillarsi il cervello per trovare qualche nuovo ammennicolo, che valesse a dare una prova di quel coraggio, che egli non aveva, ma che avrebbe voluto avere.

Ora bisogna sapere che, dall’oggi al domani, era capitata appunto nei dintorni di quella campagna una grossa volpe.

Questa famelica bestia, spavento e flagello di tutti i pollai, non solo mangiava i galli, le chiocce, le pollastre e le galline vecchie, ma, occorrendo, divorava allegramente anche i pulcini e i galletti di primo canto, senza nessun riguardo alla loro tenera età.

 

 

IX.

 

Sentendo parlar tanto di quella volpe, Leoncino domandò al guardaboschi dello zio:

“Dimmi, Tonio, come sono grosse le volpi?”.

“Le volpi” rispose il guardaboschi “somigliano molto ai cani; con questa differenza, che hanno la coda assai più grossa, un codone che pare una spazzola. Non le ha mai vedute, lei, le volpi?”

“Mai.”

“Vuol vederne una?”

“Una volpe viva?…”

“No, morta. La trovai cinque anni fa nel bosco, l’ammazzai con una schioppettata, e poi la volli impagliare… ossia, riempire da me: ma non lo dico per vantazione, l’è impagliata così bene, che c’è da scambiarla per una volpe viva. Se lei vuol vederla, venga a casa mia e potrà levarsi questa curiosità.”

“Quando posso venire?”

“Anche domattina.”

“A che ora?”

“Di prima levata, avanti che io vada al bosco.”

Leoncino non intese a sordo. La mattina dopo si alzò di bonissim’ora e senza dir nulla ai suoi cugini, che erano sempre a letto, andò difilato a casa del guardaboschi.

Quando fu là, l’amico Tonio lo condusse in una stanzuccia terrena che serviva per le legna: e in un angolo di questo bugigattolo c’era una bella volpe accovacciata con la testa alta e minacciosa, con gli occhi di vetro, che parevano vivi e veri, e con la bocca aperta in atto di ringhiare e di mostrare rabbiosamente i denti.

Alla vista di quella volpe, Leoncino ebbe, come chi dicesse, una specie d’ispirazione improvvisa… e voltandosi al guardaboschi, gli disse:

“Come è bella! Me la vuoi vendere?”.

“Vendere? Che le pare! Piuttosto gliela regalo.”

“Davvero?”

“E gliela regalo volentieri: tanto più che starà meglio in casa di lor signori, che in questa stanzuccia umida e senza luce, dove c’è il caso che, una volta o l’altra, me la mangino i topi.”

“Dunque la posso prendere?”

“La prenda pure: ma che la vuole portare da sé alla villa?”

“Sicuro che la voglio portare da me. La villa dello zio è così vicina!”

“Guà: faccia lei.”

Leoncino, con l’aiuto del guardaboschi, si caricò sulle spalle la volpe, ripeté i suoi ringraziamenti, e se ne andò.

 

 

X.

 

Intanto i cinque cugini, appena alzati da letto, domandarono subito di Leoncino: ma Leoncino non c’era.

Aspettarono un quarto d’ora, mezz’ora, un’ora, e Leoncino non tornava: e già cominciavano a mettersi in pensiero, quand’ecco che finalmente Leoncino tornò.

“Dove sei stato finora?”, gli domandarono tutti insieme.

“Sono andato a fare un giro per questi dintorni; e sapete perché? Per vedere se avevo la fortuna d’incontrare la volpe.”

“La volpe non c’è più: è sparita da un pezzo”, disse Raffaello.

“Come lo sai?”

“Sono cinque giorni che non s’è fatta più rivedere, e tutte le galline hanno già ripreso a dormire i loro sonni tranquilli.”

“E se la incontravi davvero?”, disse Arnolfo.

“Se la incontravo? Tanto peggio per lei. Che avete paura, voialtri, della volpe?”

“Noi, sì: dopo che abbiamo visto quelle povere galline sbranate e poi lasciate per i campi…”

“A me poi”, disse Leoncino, “la volpe non mi fa paura.”

“Guarda un po’ quanto coraggio hai messo fuori tutt’a un tratto: o chi te l’ha prestato?”, disse Arnolfo ridendo.

“Arnolfo, non ricominciare!… se no, ci guastiamo davvero. Dunque si va o non si va?”

“Dove?”

“A far la nostra passeggiata militare e il solito rancio.”

“Eccoci pronti!”

“Però, come vostro caporale, voglio che oggi il rancio si debba fare lì, al principio del bosco, dov’è quella foltissima macchia, che si chiama… aiutatemi a dirlo.”

“La macchia di Tentennino”, urlarono i cinque ragazzi.

“Bravi! la macchia di Tentennino. Dunque sacco in spalla, e via!”

Dopo venti minuti di marcia forzata, erano già arrivati in vicinanza della macchia: quando, tutt’a un tratto, il caporal Leoncino, fermandosi e voltandosi ai soldati, gridò loro con voce sommessa:

“Alto! e fermi tutti!…”

“Che cos’è stato?…”

“Guardate là, fra le frasche della macchia! non lo vedete quel brutto muso, che sbuca fuori?”

“Altro se lo vediamo! Quella è una volpe!…”

“È una volpe davvero!…”

“Per me, torno subito indietro”, disse Arnolfo impaurito.

“Anche noi, anche noi!”, dissero gli altri fratelli.

“Dunque avete paura?…”, gridò Leoncino. “Marmotte! tornate pure indietro, ma io vado avanti!”

“Leoncino, da’ retta a noi, torna indietro anche tu”, dicevano i ragazzi, raccomandandosi e allontanandosi a passo di carica.

 

 

XI.

 

Quando furono alla distanza di quattrocento metri si voltarono a guardare, e videro Leoncino, presso la macchia, che tirava bastonate a destra e sinistra, urlando come un tacchino spaventato.

Questa lotta disperata durò un buon quarto d’ora. Alla fine il valoroso caporale, appoggiatosi il bastone sulla spalla a uso fucile, tutto glorioso e trionfante tornò indietro a raggiungere i suoi compagni, i quali gli si affollarono subito dintorno, ansiosi di domandargli:

“Dunque? Come è andata a finire?”.

“Bene.”

“Ti ha graffiato? ti ha morso?”

“Si è provata due volte a prendermi il bastone coi denti per inghiottirlo.”

“L’hai ammazzata?”

“Mi è fuggita sul più bello… ma è fuggita in uno stato da far pietà… se campa fino a domani è un miracolo.”

A questo racconto, i cinque ragazzi si erano tanto riscaldati, che non potendo più frenare il loro entusiasmo, saltarono al collo del cugino, lo abbracciarono, gli strinsero la mano, gli fecero mille carezze, Arnolfo volle dargli perfino un gran bacio.

Arrivati a casa, come è facile immaginarselo, andarono di corsa dal babbo per raccontargli la gran prova di coraggio che aveva dato Leoncino, combattendo a corpo a corpo con una terribile volpe che pareva un leone.

Leoncino, sentendo tutte queste lodi, non capiva più nella pelle dalla consolazione: e già si figurava di aver riconquistato il titolo di generale, la sciabola coll’impugnatura dorata, le spalline color dello zafferano e il berretto con quella striscia bianca, che luccicava come un gallone d’argento.

Quand’ecco che sul più bello entrò in sala la serva, annunziando che c’era Tonio, il guardaboschi, il quale desiderava di vedere il signor Leoncino.

“Fatelo passar qui” disse lo zio Giandomenico.

E di fatti il guardaboschi si presentò, tenendo il suo cappello in mano e portando sulla spalla una volpe impagliata, piena di ammaccature e ridotta in cattivissimo stato.

“Che cosa vuoi, Michele?”, domandò lo zio.

“Dirò, padrone lustrissimo: stamani ho regalato questa volpe al sor Leoncino, che l’ha presa col dire che l’avrebbe portata alla villa… ma viceversa poi, l’ho ritrovata per caso nascosta nella macchia di Tentennino…”

“Dove?”, gridarono i ragazzi a una voce. “Nella macchia di Tentennino?…”

E nel dir così, si scambiarono fra loro un’occhiata sbarazzina e maligna, che tradotta in lingua parlata voleva dire: “Ora abbiamo capito tutto!…”.

Il povero caporal Leoncino, vedendosi oramai scoperto, diventò di tutti i colori, come i segnali delle strade ferrate.

“E guardi, padron lustrissimo”, continuò il guardaboschi, “come me l’hanno conciata questa povera bestia!… Se sapessi chi s’è preso il divertimento di bastonarla a questo modo, pover’a lui!…”

Leoncino, che aveva le lacrime in pelle in pelle, uscì di corsa dalla stanza e andò a rinchiudersi in camera.

Venuta la sera, disse allo zio che voleva tornarsene subito a casa sua, dal suo babbo e dalla sua mamma. Lo zio Giandomenico si provò a sconsigliarlo e a farlo restare ancora per qualche giorno: ma non ci fu verso.

Mentre era sul punto di salire in tranvai, i suoi cugini (sempre un po’ monelli), lo baciarono e gli dissero addio: ma intanto gli bisbigliarono in un orecchio:

“Continua a combattere con le volpi impagliate: ma ricordati qualche volta il proverbio che dice: “Chi non ha coraggio, non vada alla guerra””.

 

 

 

L’avvocatino difensore

dei ragazzi svogliati e senza amor proprio

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Il suo nome era Tommaso: ma, in casa e fuori di casa, lo chiamavano Masino.

Masino aveva tutti i difetti, che può avere un giovinetto della sua età, fra gli undici e i dodici anni: disubbidiente, goloso, pigro, dormiglione, nemico dell’acqua per lavarsi le mani e il viso, coperto di frittelle e di strappi in tutti i vestiti che portava addosso, spacciatore di bugie all’ingrosso e al minuto, ciarliero, impertinente, rispondiero e avversario implacabile dei libri e della scuola.

La mamma lo sgridava: il babbo lo rimproverava: il maestro lo puniva, i compagni di scuola lo canzonavano della sua buaggine; ma il nostro Masino non se ne faceva né in qua, né in là.

“Quando avranno detto ben bene, si cheteranno!” E con queste parole, accompagnate da una spallucciata o da una scrollatina di capo, rimetteva l’animo in pace.

Un giorno, per altro, si ficcò in testa di essere perseguitato ingiustamente, e tenne fra sé e sé questo curioso ragionamento:

“Tutti mi sgridano… tutti l’hanno con me!… E la ragione? Alla fin de’ conti, io faccio quel che debbono fare tutti i ragazzi. La colpa, dunque, non è mia. La colpa è della mamma, la quale non si cheta mai; la colpa è del babbo, che urla sempre… la colpa è del maestro, che ha bisogno di farmi scomparire tutti i giorni dinanzi a’ miei compagni di scuola. Oh che bella cosa se i babbi e le mamme qualche volta si correggessero della loro smania di brontolare!… Oh! che bella cosa se i maestri si persuadessero che dai ragazzi si può pretendere tutt’al più che vadano a scuola… Ma pretendere che vadano a scuola e che studino, mi pare una bella esigenza! Due cose a un tempo, chi è che possa farle?”.

Batti oggi e batti domani con questi ragionamenti, Masino ebbe finalmente una bellissima idea, e disse tutto contento:

“Se mi facessi il difensore dei ragazzi come me? Se scrivessi un libro per dare una buona lezione ai babbi e alle mamme, e per correggere questi signori maestri, che sono peggio di tutti? Io non ho mai imparato a scrivere, ma ho sempre sentito dire che si scrive come si parla. Io parlo bene, dunque debbo sapere scrivere!… E pensare che il babbo e la mamma si ostinano a mandarmi a scuola! Un momento: e che cosa potrei scrivere? una Commedia col titolo I brontoloni?… Per la commedia, non toccherebbe a me a dirlo, ci ho avuto sempre molta vocazione. Anche la mamma, quando invento qualche bugia, dice sempre che somiglio al Bugiardo di Goldoni. Dunque, se somiglio al Goldoni, vuol dire che le commedie le so fare anch’io. E poi, quando ho fatto la Commedia, chi me la recita? E se per disgrazia me la fischiano? E il caso c’è, perché i babbi e le mamme, con la scusa di condurre noialtri ragazzi al teatro, vanno sempre alla commedia e alla farsa: e loro mi fischierebbero dicerto. O non sarebbe più liscia se scrivessi invece un bel raccontino, da mettersi sui giornali? Così mi salverei dal pericolo dei fischi, e se mi scappasse qualche sproposito, nessuno ci guarderebbe, perché il babbo dice sempre che i giornali sono pieni di spropositi e di notizie false. Sì, sì, voglio provarmi e subito”.

Detto fatto, il nostro Masino, si chiuse in camera: e presa la penna e un foglio di carta, cominciò il suo racconto con questo titolo:

 

UN RAGAZZINO MODELLO

ossia una buona lezione per i genitori

e per i maestri di scuola.

 

Poi seguitò così:

Masino era il più buon figliolo di questo mondo. Il suo babbo e la sua mamma lo sgridavano sempre, e lui li lasciava sgridare: il suo maestro, per cavarsi il gusto di punirlo, gli levava la colazione, e lui per prudenza faceva colazione prima di andare a scuola.

Ma venne finalmente un giorno, in cui i suoi genitori e il suo maestro si accorsero d’avere un gran torto a fargli sempre de’ rimproveri, e allora le cose andarono di bene in meglio.

Quando Masino qualche volta si dimenticava di lavarsi le mani e il viso, la sua mamma, invece di sgridarlo, cominciò a dirgli:

“Bravo Masino! Vedo che non ti sei lavato né il viso né le mani, e hai fatto bene. Coll’acqua, bambino mio, non bisogna pigliarsi mai confidenza. È così facile beccar delle infreddature e dei mal di petto!… A quanto pare, ti sei alzato ora dal letto, non è vero?”

_“Sì, mamma.”

“Sai che ore sono? sono le nove: e tu alle otto avresti dovuto andare a scuola…”

“Che vuoi? Avevo sonno, e dormivo così bene!…”

“Capisco, poverino! Il proverbio dice che chi dorme non piglia pesci, ma tu, carino mio, non devi fare il pescatore: dunque, se ti fa piacere, puoi dormire fino a mezzogiorno. E la lezione l’hai fatta?…”

“La volevo fare, ma poi me ne sono scordato…”

“Tale e quale come me! Anch’io volevo andare dalla mia sorella, e poi me ne sono scordata. Si vede proprio che sei figliolo della tua mamma. E per colazione che cosa prenderesti?”

“Prenderò il solito Caffè e Latte…”

“Ma rammentati, carino mio, di metterci dentro dimolto ma dimolto zucchero. Lo zucchero si compra apposta per finirlo subito, se no, va a male.”

“E c’inzupperò due fettine di pane.”

“No, angiolo mio, ci devi inzuppare due semelli, e bene imburrati, perché il burro fa bene alla gola e aiuta la digestione. E a scuola ci vuoi andare oggi?”

“Senti, mamma, non ci anderei…”

“È appunto quello che volevo dirti io. Per andare a scuola c’è sempre tempo. Sai piuttosto che cosa farei, se fossi in te? Anderei a giocare a palla fino a mezzogiorno: poi tornerei a casa a fare uno spuntino con una bella fetta di rosbiffe, un piatto di maccheroni con sopra due dita di cacio parmigiano, e una bella torta ripiena di panna montata. E se dopo lo spuntino, vorrai studiare un po’ la lezione…”

“Ecco, mamma, se invece di studiar la lezione, andassi a giocare a trottola nei viali delle Cascine?”

“Benissimo! Si vede proprio che sei un ragazzino pieno di giudizio. La trottola, alla tua età, è molto più utile della Geografia e della Storia. Che bisogno c’è di studiare la Storia quando tutto il mondo è pieno di storie? Dunque, addio carino: io scappo a fare una visita alla mia sorella, e tu cerca di divertirti più che puoi, e non studiar tanto!… (tornando indietro) Mi raccomando: non studiar tanto! (tornando indietro una seconda volta) Non studiar tanto, perché a studiare c’è sempre tempo!…”

 

 

Fra babbo e figliolo

 

Masino, pochi giorni dopo, andò in camera a cercare il suo babbo (il quale si era corretto del bruttissimo vizio di brontolare) e gli disse:

“Sai, babbo, che cosa mi ha fatto il maestro?”.

“Che ti ha fatto?”

“Con la scusa che ho sbagliato a rispondere nell’Aritmetica, mi ha messo in penitenza…”

“Ma queste son cose orribili!… Lo racconterò ai carabinieri!…”

“Senti, babbo; io non voglio più andare a scuola.”

“Io farei come te. A che serve la scuola? La scuola non è altro che un supplizio inventato apposta per tormentare voialtri poveri ragazzi.”

“Capisci? Mettermi in penitenza perché l’Aritmetica non vuole entrarmi nella testa! Sta’ a vedere che un libero cittadino non è padrone di non saper l’abbaco? Perché anch’io sono un libero cittadino, ne convieni, babbo?”

“Sicuro che ne convengo.”

“Il mio maestro è un buon omo: ma è un omo piccoso. Figurati! pretenderebbe che i suoi scolari dovessero studiare!…”

“Pretensioni ridicole! Se viene a dirlo a me, non dubitare che lo servo io.”

“Dovresti andare a trovarlo!”

“Vi anderò sicuro: e gli dirò che i maestri possono pretendere che i loro scolari sappiano la lezione… ma obbligarli a studiare, no, no, mille volte no.”

“La volontà è libera, ne convieni, babbo?”

“Sicuro che ne convengo, e quando un ragazzo dice: “Io non voglio studiare” nessuno può costringerlo.”

“Figurati! Pretenderebbe che, durante la lezione, i suoi scolari stessero tutti zitti! Com’è possibile di stare zitti quando si sente la voglia di parlare?”

“Hai mille ragioni! Che forse la parola venne data all’uomo, perché a scuola stesse zitto? Lascia fare a me: domani vado a trovarlo, e gli dirò il fatto mio.”

 

 

A scuola

 

E il babbo andò davvero a trovare il maestro, e gli fece una bella lavata di capo, da ricordarsene per un pezzo: tant’è vero che quando Masino tornò a scuola, il maestro gli si fece incontro tutto mortificato, e tenendo il berretto in mano, gli disse:

“Scusa, sai, Masino, se l’altro giorno ti messi in penitenza. Fu uno sbaglio, perdonami: tutti si può sbagliare in questo mondo. Che cosa avevi fatto, povero figliuolo, da meritarti quel gastigo? Non avevi imparato la lezione… Ma è forse questa una mancanza? Che forse gli scolari hanno l’obbligo di saper la lezione? Non ci mancherebb’altro! Animo, via, perdonami e non se ne parli più! Fammi intanto vedere i tuoi quinterni! Benissimo! Sono tutti coperti di scarabocchi! Gli scarabocchi sui quinterni provano che lo scolaro è un ragazzino pulito e che studia bene. Ti darò sette meriti per gli scarabocchi. I ragazzi di buona volontà, come te, vanno sempre incoraggiati. Vediamo ora i tuoi libri. Arcibenissimo! Questi libri tutti strappati e sbrindellati, sono una bella prova che sai tenerne di conto. La prima cosa che deve fare uno scolaro perbene e veramente studioso, è quella di sciupare i libri di scuola. Ti darò cinque meriti per i libri sciupati. Se domani poi, venendo a scuola, ne perderai qualcuno per la strada, ti aggiungerò altri cinque meriti, perché la cosa possa servir d’esempio a’ tuoi compagni. E questa macchia, che hai qui sul davanti della camicia, come mai te la sei fatta?”.

“Me la son fatta stamani, nel leccare lo zucchero in fondo alla chicchera.”

“È una macchia che ti torna benissimo a viso. Io ho avuto sempre a noia gli scolari con la camicia pulita. Gli scolari mi piacciono, come te, tutti coperti di macchie e di frittelle. Ti darò sei meriti per quella bella macchia di caffè e latte. Ne meriterebbe di più, ma per oggi tiriamo via. Dimmi, Masino: hai studiato la lezione di Grammatica?”

“Sissignore.”

“Dimmi, dunque, quante lettere ci vogliono per formare una sillaba?”

“Così, all’improvviso, non saprei dirlo…”

“Benissimo. Me lo dirai un’altra volta. E l’Abbaco l’hai studiato?”

“Sissignore.”

“Che cosa rappresenta una crocellina così + posta fra due numeri?”

“Ecco… dirò… che rappresenta una croce…”

“Oggi non sei in vena a rispondere. Mi risponderai un’altra volta. E la Geografia l’hai imparata?”

“Sissignore.”

“Sentiamola. In quante parti si divide comunemente l’Italia?”

“In quattro parti: Italia di sopra, Italia di sotto, Italia nel mezzo, e Italia…”

“Italia come?…”

“Italia… da una parte.”

“Non è precisamente così, ma mi risponderai meglio un’altra volta. Eccoti intanto dieci meriti per la franchezza, con la quale hai risposto a tutte le mie domande.”

Agli esami della fin dell’anno, il bravo Masino si fece moltissimo onore, e il suo babbo e la sua mamma gli regalarono venti pasticcini e un panforte di Siena.

 

 

La morale della Favola

 

L’autore offrì questo suo Racconto a parecchi giornali, ma nessuno volle accettarlo. I più benigni si contentarono di ridergli in faccia. Allora il nostro amico si consolò dicendo:

“Peccato che nessuno abbia voluto pubblicarmi questo Racconto! Che bella lezione sarebbe stata per i genitori brontoloni e per i maestri tiranni!… Ma oramai ci vuol pazienza! e i ragazzi, con la scusa di farli studiare, si troveranno sempre perseguitati!…”.

 

 

 

Quand’ero ragazzo!

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Mille anni fa, anch’io ero un ragazzetto, come voi, miei cari e piccoli lettori: anch’io avevo, su per giù, la medesima vostra età, vale a dire fra gli undici e i dodici anni.

E com’è naturale, dovevo ancor’io andare tutti i giorni alla scuola, salvo il giovedì e la domenica. Ma i giovedì, nel corso dell’anno, erano così pochi!… Appena uno per settimana! E le domeniche?… Le domeniche era grazia di Dio, se ritornavano una volta ogni otto giorni.

Anch’io andavo a scuola: ma non saprei dirvi se la mia scuola fosse elementare, o ginnasiale, o liceale, perché mille anni fa, ossia a’ miei tempi, la scuola si chiamava semplicemente scuola, e quando noi altri ragazzi si diceva scuola, s’intendeva parlare di una stanza piuttosto grande e quasi pulita, nella quale eravamo costretti a passare circa sei ore della giornata, e dove qualche volta s’imparava anche a leggere, a scrivere e a far di conto.

La scuola, alla quale andavo io, era una bella sala di forma bislunga, rischiarata da due finestre laterali, e con un gran finestrone nella parete di fondo, il quale stava sempre chiuso, rimanendo nascosto dietro una grossa tenda di colore verdone-cupo.

Presso le due pareti, a destra e a sinistra della cattedra del maestro, ricorrevano due lunghissimi banchi per gli scolari.

Gli scolari seduti a destra si chiamavano Romani, e quelli a sinistra, avevano il soprannome giocoso di Cartaginesi.

Tanto gli uni che gli altri erano capitanati da un imperatore: e per la dignità d’Imperatore si capisce bene che venivano scelti i due scolari, che nel corso del mese avevano ottenuto un maggior numero di meriti, sia per buoni portamenti, sia per lodevole prova fatta nelle lezioni giornaliere.

 

Una volta, me lo rammento sempre, il posto d’Imperatore dei Romani, toccò anche a me: ma fu una gloria passeggera. Dopo due ore appena di regno, per una delle mie solite birichinate, il maestro mi fece scendere dal seggio imperiale, e fui riconfinato in fondo alla panca. Eppure, sia detto per la verità, ebbi tanta forza da sopravvivere a quella sciagura, e in pochi minuti seppi darmene quasi pace. Si vede proprio che, fin da ragazzo, io non ero nato per far l’imperatore.

E ora indovinate un po’, in tutta la scuola, chi fosse lo scolaro più svogliato, più irrequieto e più impertinente?

Se non lo sapete, ve lo dirò io in un orecchio: ma fatemi il piacere di non starlo a ridire ai vostri babbi e alle vostre mamme.

Lo scolaro più irrequieto e impertinente ero io. Non passava giorno che non si sentisse qualche voce gridare:

“Signor maestro, che fa smettere Collodi?”.

“Che cosa fa Collodi?”

“Mangia le ciliegie, e poi mi mette tutti i nòccioli nelle tasche del vestito.”

Allora il maestro scendeva dal suo seggio: mi faceva sentire il sapore acerbo delle sue mani secche e durissime, come se fossero di bossolo, e mi ordinava di cambiar posto.

Dopo un’ora che avevo cambiato posto, ecco un’altra voce che gridava:

“Signor maestro, che fa smettere Collodi?”.

“Che cosa ti fa Collodi?”

“Acchiappa le mosche e poi me le fa volare dentro gli orecchi.”

Allora il maestro, dopo avermi dato un altro saggio della magrezza e della durezza delle sue mani, mi faceva mutar posto daccapo.

Fatto sta che a furia di mutar posto tutti i giorni, sulla panca dei Romani non c’era più un romano che volesse accettarmi per suo vicino.

Fui mandato, per ultimo ripiego, fra i Cartaginesi: e mi trovai accanto al più buon figliolo di questo mondo, un certo Silvano, grasso come un cappone sotto le feste di Natale, il quale studiava poco, questo è vero, ma dormiva moltissimo, confessando da se stesso che dormiva più volentieri sulle panche di scuola che sulle materasse del letto.

Un giorno Silvano venne a scuola con un paio di calzoni nuovi di tela bianca. Appena me ne accorsi, la prima idea che mi balenò alla mente fu quella di dipingergli sui calzoni un bellissimo quadretto, a tocco in penna. Tant’è vero che quando l’amico, secondo il suo solito, si fu appisolato coi gomiti appoggiati al banco e con la testa fra le mani, io, senza mettere tempo in mezzo, inzuppai ben bene la penna nel calamaio, e sul gambale davanti gli disegnai un bel cavallo, col suo bravo cavaliere sopra. E il cavallo lo feci con la bocca aperta in atto di mangiare dei grossi pesci, perché così si potesse capire che questo capolavoro era stato fatto di venerdì, giorno in cui generalmente tutti mangiano di magro.

Confesso la verità: ero contento di me. Più guardavo quel mio bozzetto, e più mi pareva di aver fatto una gran bella cosa.

Così, però, non parve al mio amico Silvano: il quale, svegliandosi dal suo pisolino e trovandosi sui calzoni bianchi dipinto con l’inchiostro un soldato e un cavallo che mangiava i pesci, cominciò a piangere e a strillare con urli così acuti, da far credere che qualcuno gli avesse strappato una ciocca di capelli.

“Che cosa ti hanno fatto?” gridò il maestro, rizzandosi in piedi e aggiustandosi gli occhiali sul naso.

 

“Ih!… ih!… ih!… Quel cattivaccio di Collodi mi ha dipinto tutti i calzoni bianchi!…” E dicendo così, alzò in aria la gamba, mostrando il disegno fatto da me con tanta pazienza e, oserei dire, con tanta bravura.

Tutti risero, ma il maestro disgraziatamente non rise. Anzi, invece di ridere, scese giù dal suo banco, tutto infuriato come una folata di vento; e senza perdersi in rimproveri e parlantine inutili… Basta! per un certo sentimento di pudor naturale, rinunzio a descrivervi i diversi argomenti maneschi, che egli pose in opera per farmi guarire dalla strana passione di dipingere i calzoni de’ miei compagni.

 

Peraltro, finita la scuola, il povero Silvano non voleva a nessun costo tornare a casa, vergognandosi a farsi vedere in mezzo alla strada con quella pittura, a tocco in penna, sulla gamba sinistra. Allora che cosa immaginai? Tanto per abbonirlo, gli appuntai sul davanti un foglio di carta bianca: il qual foglio, scendendogli giù fino al ginocchio, a guisa di grembiule, nascondeva agli sguardi indiscreti del pubblico e dei ragazzacci di strada il mio bellissimo capolavoro.

 

Il giorno dopo fu per me una giornata nera, indimenticabile.

Appena entrato nella scuola, il maestro, con un cipiglio da far paura, mi disse, accennandomi un banco solitario in fondo alla scuola:

“Prendi i tuoi libri e i tuoi quaderni, e va’ a sederti laggiù! Così ti troverai sempre solo e isolato da tutti… e così pagherai caro il bruttissimo vizio di molestare i compagni, che hanno la disgrazia di starti vicini”.

Mogio, mogio, come un pulcino bagnato, chinai il capo e ubbidii.

Per il primo e il secondo giorno tollerai con rassegnazione la mia solitudine: ma il terzo giorno non ne potevo più: proprio non ne potevo più. I compagni mi guardavano e ridevano: mi pareva di essere in berlina.

Dietro le mie spalle, come sapete, rimaneva un gran finestrone sempre chiuso e sempre coperto da una tenda di grossissima tela verdone-cupo. In un momento di gran noia e mentre cercavo qualche passatempo per divagarmi, ecco che mi venne fatto di accorgermi che in quella tenda e precisamente all’altezza del mio capo, c’era un piccolissimo bucolino. Appena visto quel bucolino, il mio primo pensiero fu quello di allargarlo un poco per giorno, e di allargarlo fino al punto, da poterci passar dentro con tutta la testa.

Questo lavoro durò quasi una settimana, perché la tela della tenda era molto ruvida e resistente.

Alla fine, quando il bucolino diventò una buca, feci subito segno ai miei compagni di scuola di stare attenti, perché avrebbero visto un magnifico spettacolo. Detto fatto, approfittando di quel momento che il maestro stava rileggendo i nostri componimenti, entrai dietro la tenda e cominciai a lavorare col capo. La buca era grande: ma il mio capo era più grande, e non ci voleva entrare: io, però, pigiai tanto e poi tanto, che finalmente il capo c’entrò.

Figuratevi la risata sonora che scoppiò in tutta la scuola, quando la mia testa fu vista campeggiare in mezzo a quella tenda verdona, come se qualcuno ce l’avesse attaccata con quattro spilli. Ma il maestro, al solito, non volle ridere: e invece, movendosi dal suo banco, venne verso di me in atto minaccioso. Io, come è naturale, mi provai subito a levare il capo dalla tenda: ma il capo, che c’era entrato forzatamente, non voleva più uscire.

La mia paura in quel punto fu tale e tanta, che cominciai a piangere come un bambino.

Allora il maestro si voltò agli scolari, e in tono canzonatorio disse loro:

“Lo vedete là, il vostro amico Collodi, tanto buono, tanto studioso, tanto garbato co’ suoi compagni di scuola? Non vedete, poverino, come piange? Movetevi dunque a compassione di lui: alzatevi dalle vostre panche e andate a rasciugargli le lacrime!”.

Vi lascio immaginare se quelle birbe se lo fecero dire due volte! Ridendo e schiamazzando, si schierarono in fila a uso processione: e passando a due per due dinanzi a me, mi strofinarono tutti il loro fazzoletto sul viso! E pensare che fra quei fazzoletti da naso, ve n’erano parecchi che non avevano mai visto in faccia né la lavandaia né la stiratora. Meno male che, a quell’età, tutti i nasi son fratelli fra loro!

La lezione fu acerba, ma salutare. Da quel giorno in poi mi persuasi che a fare i molesti e gl’impertinenti, si finisce nelle scuole per perdere la benevolenza del maestro e la simpatia dei nostri compagni. Diventai un buon figliuolo anch’io: rispettavo gli altri, e gli altri rispettavano me: e dopo un mese di lodevoli portamenti, fui nominato daccapo Imperatore dei Romani. I romani, però della mia scuola, invece di darmi il titolo di Maestà, continuarono sempre a chiamarmi col modestissimo nome di Collodi.

 

 

 

Una mascherata di Carnevale

ossia i sotterfugi

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

I.

 

Ogni volta che Cesarino andava o tornava dalla scuola, aveva preso il vizio di fermarsi a tutte le cantonate per leggere i cartelli dei teatri.

Questa era la sua grande passione.

E se per caso i cartelli annunziavano qualche commedia tutta da ridere, allora Cesarino cominciava subito a spappolarsi dalle risa, tale e quale come se si fosse trovato in teatro.

Un giorno (sul finire di Carnevale) gli venne fatto di leggere un gran cartellone che diceva così:

 

R. TEATRO PAGLIANO

Domenica sera gran Festa di Ballo

con ingresso alle Maschere.

La mascherata che sarà giudicata

più bella e più sfarzosa

Riceverà un premio di Cento lire.

 

Appena letto quel cartello, il nostro Cesare non ebbe più bene di sé.

Nel tornare a casa, andava fantasticando:

“Se quelle cento lire le potessi vincere io!… Che bel signore che diventerei!… Metterei su carrozza e cavalli!… comprerei una bella villa con tanti poderi… e poi, tutti i quattrini che mi rimanessero in tasca, li darei alla mamma per le spese di casa… Eppure!… se avessi coraggio, tenterei davvero la fortuna! Chi mi dice che la mascherata inventata da me non riuscisse la più bella di tutte?… Per inventare una mascherata non ci vuol poi un gran talento!… Non è come il latino o la grammatica, ché quelle sono due cose uggiose, e per impararle bisogna essere sgobboni… Qui basta avere un po’ di genio! A buon conto, non bisogna dir nulla a nessuno; specialmente a’ miei fratelli. Guai se Orazio e Pierino sapessero qualche cosa!”.

Nel dir così, si trovò quasi senza avvedersene alla porta di casa, e sonò il campanello.

Orazio, per l’appunto il suo fratello Orazio, fu quello che aprì.

“Giusto te!”, disse Cesare con aria di gran mistero appena entrato in casa.

“Che t’hanno fatto?”

“Nulla… Ho detto così per ischerzo.”

“Eppure, a vederti in viso, si direbbe…”

“Nulla, ti ripeto, nulla. Se fossi matto a confidarmi con te!…”

“Hai forse qualche segreto?”

“Vedi! Se te lo dicessi, saresti capacissimo di andarlo subito a raccontare alla mamma. La mascherata la farò… oramai ho detto di farla… e la farò: ma te e Tonino non dovete saperne il gran nulla.”

“Quale mascherata?”

“Quella per andare domenica al teatro Pagliano, a vincere il premio…”

“E il premio sarebbe?”

“Cento lire alla più bella maschera della serata. Non lo dire a nessuno… ma la più bella maschera sarò io… capisci?…”

“Allora voglio mascherarmi anch’io…”

“Ma zitto, per carità: e non dir nulla a nessuno: specialmente a Pierino, che anderebbe subito a rifischiarlo alla mamma.”

“Ti pare che voglia dirlo a Pierino? Piuttosto mi taglierei la lingua… Eccolo!… è lui!”

In quel mentre entrò nella stanza, ballando e saltando, un ragazzetto di circa nove anni. Era Pierino, il minore de’ tre fratelli: il quale, senza perder tempo, gridò strillando come una calandra:

“Ditemi, ragazzi, si fa a mosca-cieca?”.

“Abbiamo altro per la testa”, rispose Cesare.

“Giusto a mosca-cieca!”, soggiunse Orazio.

Pierino guardò maravigliato i suoi fratelli: e poi domandò:

“Che vi è accaduto qualche disgrazia?.”

“Finiscila, gua’, giuccherello!”, disse Orazio.

“O dunque?…”

“Tu sei un gran curioso! E a farlo apposta non devi saper nulla!…”

“Nulla! il gran nulla!…”

“E poi, siamo giusti, le mascherate non sono cose per te.”

“Non sono cose da ragazzucci della tua età.”

“Che vuoi che il premio lo diano a te?”

“Sarebbe dato benino, e non canzono!”

“Ma di che premio parlate?”

“Delle cento lire, che daranno domenica sera al teatro Pagliano…”

“A chi le daranno?…”, domandò Pierino, spalancando gli occhi.

“A te no di certo. Ma forse a me…”, disse Cesare.

“E a me, soggiunse Orazio.”

“Che andate in maschera, voialtri?”

“Lo dicono.”

“E dove andate?”

“Al teatro Pagliano.”

“E quando?”

“Domenica sera.”

“Oh! bene! oh bene!”, gridò Pierino. “Allora ci vengo anch’io.”

“Ma zitto! E non dir nulla a nessuno: specialmente alla mamma.”

“Per chi mi avete preso? per una spia?”

“A proposito”, disse Cesare, “come ci dovremo mascherare?”

“Io non lo so”, disse Pierino.

“Neanch’io”, soggiunse Orazio.

“Silenzio tutti! M’è venuta in capo una bella idea! Ma proprio bella…”

“Sentiamola.”

“Ditemi, ragazzi; le volete davvero queste cento lire?”

“A me mi pare che tu ci canzoni…”

“Io non canzono nessuno. Le volete, sì o no, queste cento lire?”

“Io son contento se me ne dai quaranta”, disse Pierino, ma le voglio tutte in soldi, perché le mi fanno più figura.”

“Se volete queste cento lire, date retta a quel che vi dico. Domenica sera ci dobbiamo mascherare tutti e tre, e la nostra mascherata deve somigliare a quella stampa colorita, che portò a casa l’altro giorno lo zio Eugenio…”

“Quale stampa?…”, domandò Orazio.

“Quella che rappresenta la famiglia del gobbo Rigoletto.”

“E chi è questo Rigoletto?”, chiese Pierino.

“Non lo conosci? Gli è quel gobbo rifatto in musica dal maestro Verdi… quello che dice:

 

La donna è mobile

Col fiume a letto…”

 

“S’è capito, s’è capito”, disse Orazio.

“Io, com’è naturale”, riprese Cesare, “mi vestirò da Re di Francia, e tu…”

“Mi dispiace di non essere gobbo”, disse Orazio, “perché mi vestirei tanto volentieri da Rigoletto!”

“Al gobbo ti ci penso io: lascia fare a me…”

“E io?”, domandò Pierino.

“Tu ti vestirai da Gilda, figliola di Rigoletto.”

“Io da figliola? Io per tua regola non faccio da figliola a nessuno: sono nato uomo e voglio mascherarmi da uomo: ne convieni?”

“Benissimo: vuol dire che invece di vestirti da figliola ti vestirai da figliolo di Rigoletto… Che vuoi che Rigoletto non avesse in famiglia nemmeno un maschio?”

“Così mi piace e ci sto.”

E i tre fratelli, contenti di questa bellissima trovata, cominciarono a ballare in tondo per la stanza, come se avessero già guadagnato le cento lire del premio.

Quand’ecco che Pierino, fermandosi tutt’a un tratto, domandò a’ suoi fratelli:

“Scusate, ragazzi, e i quattrini per comprare i vestiti da maschera dove sono?”.

Nessuno rispose.

E i quattrini per entrare in teatro, chi ce li da?

La solita risposta.

 

 

II.

 

Quella sera andarono a letto mogi mogi. Cesare dormiva solo, e in un altro lettino accanto al suo, dormivano Orazio e Pierino.

“Peccato!”, disse Cesare con un gran sospiro, prima di addormentarsi. “Quelle cento lire erano proprio nostre! Nessuno ce le poteva levare…”

“Sfido io!…”, brontolò Orazio.

In quanto a Pierino non poté dir nulla, perché russava come un ghiro.

La mattina dopo, sul far del giorno, Cesare svegliò i suoi fratelli gridando:

“Allegri, ragazzi, allegri!… Ho bell’e trovato il modo di far la mascherata!”.

“Davvero?”, disse Orazio, allungandosi e sbadigliando.

“Quale mascherata?”, domandò Pierino, col capo sempre fra il sonno.

“Ora vi dirò tutto. Volete sapere chi ci darà il vestiario?… Indovinatelo! Ce lo darà lo zio Eugenio.”

Lo zio Eugenio (un gran capo-ameno) era fratello della mamma dei ragazzi, e stava con gli altri in famiglia, avendo nella medesima casa anche il suo Studio di pittura.

“E come fai a sapere che il vestiario ce lo darà lui?”

“Ne sono sicuro… perché glielo porteremo via di nascosto.”

“Lo zio, dunque, ha tutto il vestiario per il Rigoletto?”

“Non è precisamente il vestiario del Rigoletto, ma ci corre poco. Sono strisce di raso rosso, verde, turchino, di tutti i colori: e con quelle strisce noi ci faremo i calzoni, i vestiti e i berretti…”

“Ma se tu fai da Re di Francia, ti ci vorrà la corona di Re”, disse Orazio.

“Come sei ignorante!”, replicò Cesare con una scrollatina di capo. “Ma non sai che i Re di una volta, quando andavano a spasso, non portavano in capo né corona né cappello?”

“O quando pioveva, come facevano?”, domandò Pierino.

“Pigliavano l’ombrello, o se no, rimanevano in casa. Anche noialtri si sarebbe fatto così, ne convieni?”

“Tu discorri bene”, soggiunse Pierino, “ma nella Storia Romana non c’è detto che gli Imperatori andassero fuori con l’ombrello…”

“E tu ci credi alla Storia Romana? Povero bambino, lo spendi bene il tu’ tempo!…”

Per farla breve, i tre fratelli entrarono nello studio dello zio, mentre lo zio era sempre a letto, e da una vecchia cassapanca gli portarono via un grosso fagotto di calzoni di seta, di sottoveste e di giubbe di raso e altre anticaglie d’ogni modello e colore.

Poi corsero a dare un’occhiata a quella famosa stampa che rappresentava – per dir come dicevano loro – tutta la famiglia di Rigoletto: e presi i necessari appunti, si rinchiusero in camera a lavorare.

Pierino, dopo averci pensato ben bene, si rassegnò a vestirsi da figliuola, invece che da figliuolo, e Cesare, avendo trovata una corona reale di cartone dorato, si rassegnò a portarla in capo.

La mattina dopo… volete crederlo? tutto il vestiario, a furia di spilli, di aghi e di punti infilati a caso, era già in ordine.

Come facessero, non saprei dirvelo davvero. Io so una cosa sola, ed è questa: che i ragazzi, anche quelli di poca levatura, dimostrano sempre moltissimo ingegno quando lavorano per i loro balocchi.

E i quattrini per entrare a teatro? Dove trovarli? Da chi farseli imprestare?

Chiederli alla mamma era inutile, perché sarebbe stato lo stesso che scoprire tutto il sotterfugio combinato fra loro.

A buon conto, avevano saputo che il biglietto d’ingresso al teatro costava una lira: dunque, essendo in tre, ci volevano almeno tre lire.

Inventando una scusa di libri da comprare, si provarono a chiederle allo zio Eugenio: e lo zio, famoso per queste burle, rispose subito:

“Volete tre lire sole? Io non faccio imprestiti così meschini! Chiedetemi cento, duecento, mille lire… e allora c’intenderemo…”.

“Gua’”, disse Pierino, “se lei ci fida anche cento lire, noi le si pigliano volentieri.”

“Sicuro che ve le fido! E perché non ve le dovrei fidare?”

“Dunque la ce le dia.”

“Portatemi il calamaio e un pezzo di foglio bianco.”

Quand’ebbe l’occorrente, lo zio scrisse sopra il pezzo di foglio:

 

Pagherete ai miei nipoti Cesare, Orazio e Pierino lire cento, che segnerete a mio debito.

 

Lo zio

 

“E ora”, domandò Cesare, “da chi si vanno a prendere queste cento lire?”

“Alla Banca de’ Monchi.”

“E dov’è questa Banca?”

“Qui svolto. Appena usciti di casa, tirate giù a diritta, poi trovate una piazza, poi svoltate a sinistra, poi girate in dietro, traversate il ponte e appena fuori della barriera, lì c’è subito la Banca de’ Monchi.”

I tre ragazzi stettero attentissimi: ma non capirono nulla.

Fatto sta che Cesare, invece di andare a scuola, girò per tutta la città; e a quanti domandava della Banca de’ Monchi, tutti lo guardavano in viso e ridevano.

Tornato a casa, disse a’ suoi fratelli:

“Lo zio ce l’ha fatta!”.

“Cioè?”

“La Banca de’ Monchi è una sua invenzione.”

“E ora come si rimedia?”

“Il rimedio ce l’avrei…”

“Dillo, dillo subito!”, gridarono Orazio e Pierino.

“Ci state voialtri a vendere i libri di scuola?”

“Magari!… e poi come si ricomprano?”

“Con le cento lire del premio!”

“Benissimo! E così li avremo tutti novi.”

“E tutti rilegati…”

A furia di discorrere e di ragionarci su, quei tre monelli finirono per persuadersi che, a vendere i loro libri di scuola, facevano un’operazione d’oro.

Lo stesso giorno, Cesare, con un fagotto sotto il braccio, andò in cerca di un rivenditore di libri usati: e quand’ebbe in tasca le tre lire, gli parve di aver toccato il cielo con un dito.

 

 

III.

 

La sera che dovevano andare al teatro, finsero tutti e tre di avere un gran sonno: e come fecero bene la loro parte in commedia!…

“Io non posso più tenere gli occhi aperti”, diceva Cesare.

“Io dormo e cammino”, diceva Orazio.

“Un sonno come stasera, non l’ho avuto mai”, diceva Pierino.

“Se avete sonno”, disse la loro mamma, “è una malattia che si guarisce presto! Andate a letto e non se ne parli più.”

I tre ragazzi non se lo fecero ripetere: presero il loro candeliere e si chiusero in camera.

“È meglio che ci vestiamo subito”, disse Cesare.

“E poi?”

“E poi s’entra a letto.”

“E quando viene la mamma a darci il solito bacio di tutte le sere?… Se ci trova vestiti da Rigoletti?…”

“Che discorsi! Prima di chiamar la mamma, si spenge la candela.”

“E se la mamma entra in camera col suo bravo lume acceso?”

“Hai ragione. Bisogna ricordarsi di star coperti perbene fino al collo…”

I tre ragazzi, in un batter d’occhio, s’infilarono i loro calzoni e le loro gualdrappe di seta, e si nascosero sotto i lenzuoli, lasciando fuori solamente la testa.

Dopo poco venne la mamma, e dato loro un bacio e la buona notte, accostò la porta di camera.

“Ora”, disse Cesare, “bisogna stare in orecchio, per sentire quando la mamma va a letto. Attenti, dunque, e non ci lasciamo prendere dal sonno.”

“Dal sonno?”, disse Orazio. “Io per tua regola, son bono a stare sveglio fino a domani.”

“O io?”, disse Pierino. “Quando devo andare al teatro, non c’è caso che mi addormenti mai.”

Lascio pensare a voi come rimasero la mattina dopo, quando svegliandosi, si trovarono tutti e tre nel letto, mascherati!

“Meno male”, disse Cesare, “che domani sera c’è un’altra festa da ballo. Anderemo a quella.”

“E il premio delle cento lire?”, domandarono Orazio e Pierino.

“C’è anche il premio.”

Lesti lesti saltarono il letto, lesti lesti si spogliarono da Rigoletti e si rivestirono da ragazzi, e lesti lesti nascosero tutto il loro bagaglio in fondo a un piccolo armadio a muro.

Arrivati alla sera dipoi, ripeterono la medesima scena della gran sonnolenza e dell’entrare sotto i lenzuoli bell’e vestiti cogli abiti da maschera. Appena, però, si accorsero che la mamma, dopo averli baciati, era rientrata nella sua camera, saltarono dal letto e si posero a girandolare in su e in giù, tanto per non lasciarsi tradire dal sonno.

Aspetta, aspetta, aspetta, finalmente dopo un secolo sonarono le dieci.

“Dunque si va, o non si va? Se vogliamo andare, questa sarebbe l’ora”, disse Cesare.

“E la chiave di casa l’hai presa?”, domandò Orazio.

“Eccola qui.”

“E tu, Pierino, a che cosa pensi?”

“Per me, se si deve andare, andiamo: ma il core mi dice che questi sotterfugi ci porteranno disgrazia. Se la mamma, nel tempo che siamo al teatro, la si svegliasse?…”

“E perché si dovrebbe svegliare?”

“I casi son tanti! E se una volta svegliata, la venisse in camera nostra e non ci trovasse nessuno?…”

“Come sei uggioso! Benedetti i ragazzi e chi ci s’impiccia!”, brontolò Cesare sottovoce.

Senza perdersi in altre chiacchiere, aprirono l’uscio di camera e parve loro di sentire qualcuno che si allontanasse in punta di piedi.

“Che sia lo zio Eugenio?”, domandò Pierino, rattenendo il fiato.

“Quante paure! Lo Zio, per tua regola, è andato a letto prima di noi.”

E, per esserne più sicuri, nel passare davanti alla camera dello zio, stettero un po’ in ascolto, e lo sentirono russare come un contrabasso.

Giunti nella strada, richiusero la porta adagio adagio e senza far colpo.

La serata era freddissima, ma bella: uno stellato, che faceva innamorare a guardarlo!

I tre fratelli, tenendosi per la mano come tre buoni ragazzi che andassero a scuola, camminavano sul marciapiede: quand’ecco che sentirono dietro a loro una vocina di galletto che faceva: Chiù-chiù-chiù!

Si voltarono e videro una figura magra e tutta nera, con un paio di corna in testa, che saltava e faceva mille sgambetti.

“Che sia il diavolo?”, domandò Pierino, cominciando a tremare.

“Ma che ti vai diavolando?”, dissero i suoi fratelli. “Non vedi che è una maschera? Fermiamoci e lasciamola passare avanti.”

E si fermarono: ma il diavolo si fermò anche lui.

Allora i tre ragazzi, per non compromettersi, traversarono la strada e andarono dall’altra parte.

E il diavolo, anche lui, andò dall’altra parte.

“Che cosa vuole da noi?” gli domandò Cesare ingrossando la voce e facendo finta di non aver paura.

“Chiù-chiù!” rispose il diavolo facendo uno sgambetto.

“Noi andiamo per la nostra strada, e non si dà noia a nessuno.”

“Chiù-chiù.”

“Si levi di torno, sor impertinente, se no lo dico alle guardie.”

“E io lo dico alla mamma”, urlò Pierino piangendo dalla paura.

“Chiù-chiù! Chiù-chiù! Chiù-chiù!…”

E il diavolo cominciò a urlare e a saltare in un modo spiritato.

I tre ragazzi impauriti si dettero a correre: e corri, corri, corri, arrivarono finalmente alla porta del teatro.

Entrati in platea, fra mezzo alla folla, credevano di essersi liberati da quel diavolaccio che li perseguitava: ma invece, dopo due minuti, sentirono intronarsi gli orecchi da un chiù-chiù che parve una fucilata a bruciapelo.

Che cosa dovevano fare?… A furia di spinte e di spintoni, e passando magari fra le gambe della gente, arrivarono a mettersi in fila davanti al palco della Commissione, che doveva giudicare le mascherate più belle.

Poveri figliuoli! Non l’avessero mai fatto!…

Appena arrivati lì, furono salutati da un fischio acutissimo e da una vociona che strillò:

“Chiù-chiù!… Fuori i ragazzi! Via i ragazzi! A letto i ragazzi!”

A questo grido sonoro e ripetuto, tutto il pubblico dei palchi e della platea si voltò: e vedendo quelle tre mascherucce, che pretendevano al premio, cominciò a sbellicarsi dalle risa e a ripetere in coro:

“Fuori i ragazzi!”

“Via i ragazzi!”

“A letto i ragazzi!”

Figuratevi il chiasso, il baccano e lo scompiglio, che nacque da un momento all’altro. In mezzo a quel pigia-pigia si sentì una voce di donna, che gridò:

“Mi hanno rubato il vezzo!”

Corsero subito le guardie: le quali, in tanto tramestìo, non sapendo su chi mettere le mani addosso, arrestarono le tre mascherucce che scappavano spaventate verso la porta del teatro.

“Ma perché ci arrestano?… Noi siamo innocenti!…” gridavano piangendo quei poveri ragazzi.

“Fra poco ne riparleremo”, risposero le guardie, incamminandosi verso la Questura.

“Lo creda… noi non siamo ladri”, diceva Cesare.

“Di chi siete figlioli?”

“Del nostro babbo e della nostra mamma.”

“Che mestiere fanno i vostri genitori?”

“Il babbo gli è fori di Firenze a far l’ingegnere e la mamma l’è a letto, che dorme…”

“E che cosa siete venuti a fare al teatro?”

“A vincere il premio.”

“Il premio ve lo daremo noi. Come mai siete scappati di casa?…”

“L’è una storia lunga…”

“I ragazzi, che scappano di casa, non possono esser nulla di bono…”

“Su questo l’ha ragione lei… non c’è nulla da dire… Ma la creda che siamo ragazzi perbene… e incapaci…”

“Lo vedremo fra poco.”

Nel dir così, le guardie spinsero i tre ragazzi dentro la porta di Questura: e un po’ con le buone e un po’ con le cattive, li fecero entrare nella stanza del Delegato.

Il Delegato per l’appunto dormiva.

Quando lo svegliarono, domandò:

“Che c’è di nuovo?”

“Tre ragazzi arrestati al veglione…”

“Ragazzi?”, ripeté il Delegato, sbadigliando. “Metteteli in prigione. Domani ne riparleremo.”

Que’ poveri figliuoli piansero, pregarono, si raccomandarono… Ma inutilmente. La guardia aprì una porticina e tutti e tre furono cacciati in gattabuia.

Trovandosi soli e al buio, si presero l’uno con l’altro per la mano, stringendosi forte forte, per farsi fra loro un po’ di coraggio. E intanto che Cesarino e Orazio si sfogavano a piangere dirottamente, Pierino balbettò singhiozzando:

“Io te lo dissi, Cesarino… ma tu non mi volesti dar retta….”

“Icché tu mi dicesti?…”

“Quel che diceva la nostra povera nonna… che i sotterfugi portano sempre disgrazia.”

“Allora vuol dire che tutta la colpa è tua”, gridò Cesare, arrabbiandosi.

“Sissignore, tutta la colpa è tua!”, ripeté Orazio stizzito.

“Ma perché la colpa è mia?…”

“Perché dovevi raccontare il fissato della mascherata alla mamma, che ci avrebbe sgridato ben bene… e così ora, invece di trovarci qui in prigione, si sarebbe a casa a dormire ne’ nostri lettini.”

“E se dopo mi davi di spia?…”

“Che spia e non spia? Se tu avessi raccontato ogni cosa alla mamma… ci avresti risparmiato un monte di dispiaceri. La colpa è tutta tua.”

“Sissignore, tutta tua, tutta tua!”, ripeté Orazio.

“Bella forza! Ve la pigliate con me, perché sono il più piccino!…”

E chi sa mai questo dialogo quanto sarebbe durato, se la porticina della prigione non si fosse aperta, e una vociona di fuori non avesse gridato.

“Su, su, ragazzi! Potete andarvene a casa vostra. Sveltezza nelle gambe e via!”

Come mai questo cambiamento di scena all’improvviso?… Si fa presto a capirlo: essendo stato scoperto e arrestato il ladro del vezzo, i tre ragazzi, riconosciuti innocenti, venivano lasciati in libertà.

Figuratevi la loro contentezza, quando si trovarono in mezzo alla strada, padronissimi di tornarsene a casa! Non sapendo che cosa dire, piangevano, ridevano e si abbracciavano.

E strada facendo, borbottavano fra loro:

“Ora, appena arrivati a casa, si sale le scale in punta di piedi…. E poi s’entra in camera… E adagino adagino ci spogliamo… E nascondiamo questi panni sotto il letto.”

“E domani si fa vista di aver dormito tutta la notte, e ci leviamo…”

“E poi di nascosto si riportano questi cenci nella cassapanca dello zio…”

“E poi si fa colazione come tutte le altre mattine…”

“E poi si va a scuola…”

“E i libri?…”

“Si dice alla mamma che li abbiamo perduti…”

“E così di questa brutta nottata, che c’è toccato a passare…”

“Nessuno ne saprà nulla…”

“Nemmeno la mamma.”

Con questi e con altri discorsi, si trovarono quasi senza avvedersene davanti alla porta di casa.

Ma sugli scalini della porta c’era seduto… indovinate chi?…

C’era seduto il diavolo, quel diavolo, loro accanito persecutore.

“Chiù-chiù! Dove andate?”, domandò l’omo nero.

“Si vorrebbe andare in casa.”

“Di qui non si passa.”

“Scusi, sor diavolo”, disse Pierino, “ma queste non sono azioni da persone di garbo.”

“Se volete passare, pagate il dazio.”

“Ma che dazio! La si figuri che in tutti e tre, non abbiamo un centesimo.”

“Chiù-chiù! Mi contenterò di questo spillone d’oro.”

E nel dir così, il diavolo prese un bello spillone che Pierino teneva appuntato sul petto.

“La mi renda lo spillone”, gridò il ragazzo. “Lo spillone non è mio, e lo voglio rendere alla mamma…”

“Lascia correre, Pierino, se no ci rovini tutti!”, dissero i suoi fratelli.

Il diavolo si tirò da parte, e i ragazzi entrarono in casa, richiudendo subito la porta.

La mattina dopo, lo zio Eugenio, prima di uscir di camera, chiamò Pierino e gli disse ridendo:

“Questa notte il diavolo è venuto a trovarmi e mi ha lasciato questo spillone d’oro per te.”

“Come?… quel diavolo?…”

“Io non posso dirti altro, perché non so altro.”

Il povero Pierino rimase di stucco. Raccontò subito il fatto ai fratelli: e tutti insieme, a furia di ragionarci sopra, finirono per persuadersi che il loro diavolo persecutore doveva essere stato lo zio Eugenio.

 

FINE

Pubblicato in Carlo Lorenzini, Opere di Carlo Collodi

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