Aforismi di Carlo Collodi

Ognuno, caro mio, in questo mondo recita la sua parte.
C’è chi nasce per mangiare e chi nasce per essere mangiato…
(Carlo Collodi, Macchiette)

– Io poi se fossi re vorrei pigliare tutte le mattine
una bella tazza di caffè-e-latte,
ma col permesso della mamma di poterci mettere le dita dentro,
pr poter raccattare lo zucchero e i minuzzoli di pane rimasti in fondo! (…)
– Io poi se fossi re vorrei comprare subito una grammatica nuova
e cinque panini di cioccolata.
– Io comprerei piuttosto dieci panini di cioccolata.
Alla grammatica ci pensa il babbo.
(Carlo Collodi, Occhi e nasi)

Per fare una lepre docle e forte, prima di tutto ci vuole una lepre.
E per fare il presidente di una Repubblica, la ricetta prescrive
che bisogna prendere un repubblicano – di tinta buona.
(Collodi, Articolo sul Fanfulla)

se il buon padre Adamo,
invece di cedere alla tentazione di due bellissimi pomi,
si fosse lasciato vincere dalla golosità volgare di un cibreo di regalie o di una bistecca, la Leggenda dell’Eden sarebbe stata una pagina di prosa nauseante…
(Collodi, Occhi e nasi)

L’autografo più prezioso è il foglio di carta bianca.

Non ti fidare, ragazzo mio, di quelli che promettono di farti ricco dalla mattina alla sera. Per il solito, o sono matti o imbroglioni.

Gli smeraldi, le perle, ed i diamanti | Abbaglian gli occhi col vivo splendore; | Ma le dolci parole e i dolci pianti | Hanno spesso più forza e più valore.

Grazia, spirito, coraggio, modestia, nobiltà di sangue, buon senso, tutte bellissime cose; ma che giovano questi doni della Provvidenza, se non si trova un compare o una comare, oppure, come si dice oggi, un buon diavolo che ci porti?

Godersi in pace una ricca eredità, passata di padre in figlio, è sempre una bella cosa: ma per i giovani, l’industria, l’abilità e la svegliatezza d’ingegno valgono più d’ogni altra fortuna ereditata. (da Il gatto con gli stivali)

La cortesia che le bell’alme accende, | Costa talora acerbi affanni e pene; | Ma presto o tardi la virtù risplende, | E quando men ci pensa il premio ottiene.

La storia di Cappuccetto Rosso fa vedere ai giovinetti e alle giovinette, e segnatamente alle giovinette, che non bisogna mai fermarsi a discorrere per la strada con gente che non si conosce: perché dei lupi ce n’è dappertutto e di diverse specie, e i più pericolosi sono appunto quelli che hanno faccia di persone garbate e piene di complimenti e di belle maniere.

La bellezza, per le donne in ispecie, è un gran tesoro; ma c’è un tesoro che vale anche di più, ed è la grazia, la modestia e le buone maniere.

La curiosità, massime quando è spinta troppo, spesso e volentieri ci porta addosso qualche malanno.

Le follie e i capricci delle mamme spesse volte sono cagione di grandi dispiaceri per i figliuoli.

C’era una volta… – Un re! – diranno subito i miei piccoli lettori. No, ragazzi, avete sbagliato. C’era una volta un pezzo di legno. Non era un legno di lusso, ma un semplice pezzo da catasta, di quelli che d’inverno si mettono nelle stufe e nei caminetti per accendere il fuoco e per riscaldare le stanze.

Pubblicato in Biografia, Carlo Lorenzini, Divagazioni critico-umoristiche, Il Fanfulla

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